Direttiva Rimpatri. Nessuno la usi come pretesto.

analisi del direttiva rimpatri fatta da Sergio Bontempelli

La cosiddetta “Direttiva Rimpatri” sulle espulsioni dei migranti, approvata dal Parlamento Europeo, è sicuramente pessima: ma lascia intatta la possibilità, per i singoli Stati, di mantenere disposizioni più favorevoli per i cittadini stranieri. E contiene persino cose migliori rispetto alla Bossi-Fini. Nessuno, dunque, deve usarla come pretesto per inasprire le norme sulle espulsioni.

Detenzione fino a un anno e mezzo per i migranti irregolari in attesa di espulsione, trattenimento dei minori stranieri in violazione delle convenzioni internazionali sui diritti umani, divieto di reingresso di cinque anni per gli espulsi, maggiore elasticità nelle tutele legali: la Direttiva Rimpatri, approvata nei giorni scorsi dal Parlamento Europeo, rappresenta sicuramente una delle pagine più buie nella storia dell’Unione Europea, e lancia un segnale – terribile – di criminalizzazione tout court dei fenomeni migratori. Anche per questo, essa è stata duramente criticata da più parti: dalla Chiesa Cattolica, dalle associazioni umanitarie, persino da alcuni governi del Sud del Mondo (America Latina in testa). Ora che la Direttiva è stata approvata, tuttavia, occorre analizzarla con attenzione, ed impedire che essa diventi un pretesto per introdurre, in Italia, norme peggiori rispetto a quelle effettivamente previste in sede europea. Anche perchè, studiando attentamente il testo licenziato dall’Europarlamento, si scopre che alcune norme sono persino migliorative della nostra «Bossi-Fini». Vediamo meglio.

L’articolo 4, comma 3 precisa che «la direttiva lascia impregiudicata la facoltà degli Stati membri di introdurre o mantenere disposizioni nazionali più favorevoli alle categorie di persone cui si applica [cioè agli immigrati, ndr.], purché compatibili con le norme in essa stabilite». Grazie a questa clausola, i paesi europei non sono obbligati a recepire nei rispettivi ordinamenti tutte le disposizioni della Direttiva. Per esempio, l’Italia non è tenuta a prolungare fino a 18 mesi il tempo di detenzione in un CPT, nè ad introdurre l’espulsione per i minori: se nella legge nazionale ci sono norme più favorevoli, queste possono restare in vigore. La Direttiva stabilisce limiti massimi, non regole rigide. In altre parole, l’Europa non ci dice che i migranti debbono essere trattenuti per 18 mesi nei CPT: ci obbliga, invece, a prevedere un periodo di detenzione non superiore ai 18 mesi, ma il periodo può benissimo essere inferiore. Limiti massimi, dunque: che in qualche caso, addirittura, obbligherebbero l’Italia a rivedere – in meglio – la legge Bossi-Fini.

Così, per esempio, all’articolo 9 comma 2 la direttiva dice che, quando un immigrato viene espulso, lo Stato Membro può imporgli un divieto di reingresso, cioè un periodo nel quale lo straniero non potrà più entrare in territorio nazionale. Ma la durata massima di questo periodo è fissata in cinque anni, mentre l’Italia ne prevede ben dieci: ciò significa che, quando il nostro paese si adeguerà alla normativa europea, dovrà dimezzare il divieto di reingresso, e dunque migliorare (almeno dal mio punto di vista) l’attuale legge sull’immigrazione…

Un altro aspetto «interessante» della direttiva è quello relativo alla volontarietà del rimpatrio. In Italia, la legge Bossi-Fini prevede come regola generale l’accompagnamento forzato alla frontiera di ogni migrante espulso. A norma dell’articolo 6-bis comma 1 del testo approvato dall’Europarlamento, invece, «la decisione di rimpatrio [cioè l’espulsione, ndr.] fissa un periodo congruo per la partenza volontaria di durata compresa tra sette giorni e trenta giorni». In altre parole, l’Europa prevede che, in caso di espulsione, la polizia non proceda subito al rimpatrio forzato, ma consegni allo straniero una intimazione scritta che lo obbliga ad abbandonare con i propri mezzi il territorio nazionale: solo se lo straniero rappresenta un pericolo per l’ordine pubblico, la polizia può procedere all’accompagnamento coatto alla frontiera. Anche in questo caso, adeguare la legge italiana alla direttiva significherebbe cancellare un aspetto decisivo – e uno dei più odiosi – della «Bossi-Fini».

I divieti di espulsione per motivi umanitari – donne in stato di gravidanza, minori, vittime della tratta ecc. – a suo tempo disposti dalla legge Turco-Napolitano e mai aboliti dalla Bossi-Fini possono rimanere in vigore grazie alla clausola contenuta nell’articolo 6, comma 6-ter, della direttiva, che così recita: «In qualsiasi momento, gli Stati membri possono decidere di rilasciare un permesso di soggiorno […] per motivi caritatevoli, umanitari o di altra natura a cittadini di paesi terzi in posizione irregolare nel loro territorio». Si notino le parolette «o di altra natura», che lasciano ampia discrezionalità alle decisioni dei singoli paesi.

Persino la detenzione nei centri di permanenza temporanea – per molti versi l’aspetto più odioso della direttiva – non è un obbligo, ma una possibilità, come si evince dall’articolo 14 comma 1: «gli Stati membri possono trattenere il cittadino di un paese terzo sottoposto a procedure di rimpatrio…». Gli Stati Membri possono, non debbono: dunque, l’Italia potrebbe – in teoria – abolire i CPT, senza violare le disposizioni della Direttiva… E quand’anche – come è molto probabile, anzi assoltamente sicuro – il nostro Governo non decidesse di abolire i CPT, dovrebbe comunque tener conto del fatto che, sempre a norma dell’articolo 14, «il trattenimento ha durata quanto più breve possibile ed è mantenuto solo per il tempo necessario all’espletamento diligente delle modalità di rimpatrio».

Ha dunque ragione Emilio Santoro quando, in un articolo pubblicato in questi giorni sul portale Melting Pot, sostiene che «la direttiva è molto generica e molto vaga, e rileggendola con attenzione si può considerare come un bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno, quantomeno guardandola dal punto di vista della normativa italiana». La decisione – più volte ventilata dai Ministri in carica – di inasprire le norme in materia di immigrazione, è a tutti gli effetti una decisione politica, che non può essere mascherata come un «adeguamento» all’Europa.

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Pubblicato il giugno 21, 2008, in MIGRANTI, sicurezza, sinistra con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. hai un blooog?!?!?!?!?!?!??

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