Tra caporalato e sottosalario «qui l’illegalità è la norma» Viaggio nel nord barese, dove la crisi dell’olio colpisce anche il «sommerso»

img_1354Sara Farolfi – IL manifesto

Yassim trema. Non di freddo ma di paura, dicono i suoi occhi scuri. «Sono qui da quattro mesi, ho pagato 7 mila euro per arrivare, un contratto stagionale di nove mesi mi avevano promesso, e non ho fatto ancora neppure una giornata». Non è ancora l’alba, nella centrale piazza di Andria, provincia di Bari, ma l’insegna del sali e tabacchi è già luminosa. Uomini scuri addossati alle pareti dei palazzi che circondano la piazza attendono, qualcuno dall’aria meno anonima si aggira tra di loro come in attesa, il tempo sembra non passare. Ed è solo quando albeggia che è possibile avvicinare Yassim. Niente lavoro, anche per oggi. La crisi del settore olivicolo picchia duro nel nord barese, e mette in difficoltà anche il mercato «nero» delle braccia. Che nella piazza di Andria, come nelle tante piazze dei paesi vicini, si consuma ogni notte. Oggi per le olive, ieri per l’uva e domani ancora per pesche e pomodori. ..

Anonima e silenziosa, e insieme sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere, tutto l’anno. Si vede, la crisi, dai filari di alberi che puntellano la strada in entrata e uscita da Andria: sono carichi di olive, perchè nessuno le raccoglie.Lì vicino si è sistemato Yassim, insieme ad altre quattro persone. In uno di quei piccoli casolari abbandonati, senza acqua nè luce nè niente, «senza casìni» tutti sono disposti a chiudere un occhio. Ha pagato 7 mila euro, i risparmi di ventinove anni di vita, al mediatore marocchino per fare lo stagionale in nero. Nove mesi, 30 euro al giorno se va bene (quando il contratto provinciale nella provincia di Bari ne prevede 52 per sei ore e mezza di lavoro), Yassim non sapeva che qui avrebbe trovato la crisi. E lui ad ogni alba, puntuale, aspetta nella piazza del paese la chiamata del caporale.
Il mercato delle braccia si consuma sotto gli occhi di tutti, istituzioni e sindacati compresi. Senza clamore, strutturalmente parte di un modello produttivo che ora sembra pagarne caro il prezzo. Il «nero», in Puglia ma non solo, ha molte sfumature. E molte articolazioni a seconda che ci si trovi nel barese, nel foggiano, nel brindisino o nel tarantino. E’ vero e proprio mercato delle braccia, con le gerarchie (che arrivano a quattro o cinque gradi) di caporali per gli immigrati più deboli, spesso riversati in massa sul territorio dai «centri per richiedenti asilo» o dai «centri di accoglienza»: una macchina infernale, e istituzionale, che alimenta le fila del lavoro nero.
Il «sottosalario» invece è pratica costante e valida per tutti. Non aiutano i contratti provinciali (con salari diversi per ogni provincia) su cui si basa il settore agricolo e che talvolta funzionano come legalizzazioni de facto del dumping salariale. E’ possibile cioè per un’azienda agricola con sede a Brindisi assumere lì i lavoratori e poi portarli a lavorare a Bari (dove per contratto prenderebbero di più). Gli immigrati prendono meno degli italiani (10 euro in media) o le donne meno degli uomini (dal 15 al 30% in meno). Nella provincia di Bari il contratto prevede 52 euro a giornata, ma tranne pochissime eccezioni non c’è un paese in provincia dove sia correttamente applicato, «e qui, rispetto al foggiano al brindisino o al tarantino, siamo in una delle zone pugliesi meno peggio», spiegano i ragazzi dell’associazione Etnie, che da anni si occupa di immigrazione e che ora segue un progetto in diverse città del nord barese per l’emersione del lavoro non regolare nell’agricoltura (vedi box sotto).
Un anno e otto mesi dentro un cpt, Rashid non nasconde la sua soddisfazione. Continua a passare dalla piazza di Andria ma ora un lavoro, e un contratto, ce l’ha. Che poi, regolarmente, il padrone gli tolga una settimana di lavoro al mese dal conto delle ore per calcolare il salario, che così da 1000 euro passa a 700 euro, è praticamente la norma. «Prima ero completamente in nero, 25 euro al giorno per sette ore di lavoro: non c’è confronto». L’«ingaggio» è un altro strumento abusato, e di abuso, da queste parti. L’azienda compila un foglio di assunzione per uno o più lavoratori (che serve a stabilire qual’è il contratto, quant’è il salario corrispettivo…) e solo entro cinque giorni dalla fine del rapporto di lavoro – che può durare anche poche settimane – è tenuta a comunicare i giorni effettivi di lavoro. «Che mai corrispondono a quelli effettivamente lavorati», dice il segretario provinciale della Flai Cgil, Giuseppe De Leonardis: «Non sarà un caso se, negli elenchi anagrafici che contano i lavoratori agricoli della provincia di Bari, risultano 19 mila persone al di sotto delle 51 giornate lavorative all’anno, che sono la soglia minima attraverso la quale potere accedere alla disoccupazione e alle altre tutele sociali». Ma controlli e ispezioni sono una chimera, e le aziende, anche in quei rarissimi casi in cui ricevono una ‘visita’, possono tranquillamente continuare a beneficiare di sussidi pubblici (regionali o comunitari), «perchè tanto non c’è alcuna comunicazione dell’avvenuta ispezione alla regione».
«C’è lavoro», si dice, e così si chiude un occhio (o anche due). Ma ora rischia di non esserci neppure più lavoro. La crisi dell’olio extravergine sta mettendo in ginocchio le imprese agricole che, anche qui, come per quelle industriali del nord, sono soprattutto piccole e medie. L’anno scorso un quintale di olive si vendeva a 50-60 euro, quest’anno a non più 30-35. Alle prime ore dell’alba, nella stessa piazza dove Yassim aspetta invano la chiamata di un caporale, c’è Sabino, piccolo agricoltore della zona, che piange miseria. Lavoro al nero? «Mai fatto», assicura, «ma oggi non si lavora più». L’olio che mettiamo in tavola (il 70% del quale proviene dalla Puglia) è spesso spagnolo o tunisino: quello italiano non è più conveniente (3,50 euro al litro contro 2 euro), i controlli non esistono e i pochi grandi frantoi possono tranquillamente acquistare olio spagnolo e etichettarlo come italiano. E’ l’agonia di «un’agricoltura drogata che senza incentivi non regge, di un modello produttivo basato sui piccoli appezzamenti e sullo sfruttamento del lavoro», spiega Gianluca Nigro, del Prc. Ad Andria, gli unici ulivi spogli sono quelli nei pressi dei casolari abbandonati: raccolgono le olive gli immigrati senza lavoro e con quei dieci, quindici euro tirano la giornata.

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Pubblicato il novembre 29, 2008, in MIGRANTI, rifondazione comunista, sinistra con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Ieri 13/12/08 si è tenuto un convegno sui nuovi psr (aiuti all’agricoltura) nel comune di Cursi dove sono intervenuti Oria Sergio, Componente Comitato tecnico regionale PSR e Dr. Ferro Giuseppe, Direttore generale Assessorato Risorse Agroalimentari.
    Hanno illustrato cosa prevedeva il nuovo PSR che tra le altre cose prevede il rinboschimento delle aree non produttive (senza tenere conto che non siamo in Trentino e che qui le temperature raggiungono facilmente i 40 gradi e gli incendi sono all’ordine del giorno) la meccanizzazione della raccolta delle olive e la modernizzazione dei frantoi tramite cooperative che imbottigliano il prodotto.
    Per quelle che sono le mie conoscenze questo noi ad Andria l’abbiamo già ma i risultati sono descritti in questo articolo.
    Se gli Spagnoli, i Turchi e altre nazioni hanno un prodotto più competitivo questo è solo dovuto al fatto che non hanno i vincoli che noi abbiamo sugli alberi (dicono che sono monumenti) loro hanno semplicemente impianti giovani più produttivi dei nostri e che si possono meccanizzare moltissimo e che una sola persona raccoglie quasi 100q di olive al gg.
    Ma quando ho detto queste mie riflessioni il nostro Dott. Oria davanti a centinaia di persone mi ha semplicemente risposto che
    Se queste sono le premesse per coloro che gestiscono i PSR ora fate voi

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