Ecco come il governo scippa le risorse del Sud

di Andrea Del Monaco

da Il Manifesto del 21/12/2008

«Il governo non risponde sul Fondo per le aree sottoutilizzate (Fas) regionale, questo è un fatto negativo» ha sostenuto Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni, alla fine di un incontro avvenuto giovedì scorso a palazzo Chigi con il premier Berlusconi e i ministri Fitto, Sacconi, Tremonti, Scajola e Matteoli. «Il Cipe (comitato interministeriale per la programmazione economica) – ha proseguito Errani- si limiterà a riprogrammare 7,3 miliardi del Fas attribuito ai ministeri per finanziare 44 opere non ancora identificate». Il Governo si sarebbe impegnato a non avocare a sé il Fas regionale fino ad un accordo chiaro con i governatori e, in futuro, a reintegrare le risorse stornate dalle regioni. Tutto viene rimandato alla seduta del Cipe di gennaio dove il governo potrebbe riproporre lo storno dei fondi regionali per lo sviluppo in cambio della concertazione degli interventi.
Vediamo il senso politico della partita. Il Fas è una quota importante del Qsn (quadro strategico nazionale), documento di programmazione 2007/2013 per le politiche di sviluppo: 124 miliardi, di cui 101 al Sud (53,782 miliardi di Fas, 47,311 miliardi di fondi strutturali europei e cofinanziamento nazionale), di questi più del 55% attribuito alle regioni. Si aggiungono più di 10 miliardi di risorse liberate: i resti della programmazione precedente 2000/2006 per l’ex obiettivo 1 (tutto il Sud tranne l’Abruzzo). Già il 18 giugno scorso Berlusconi aveva dichiarato che, poiché le regioni non erano state capaci di spendere, il Governo voleva assumere la riprogrammazione delle risorse europee regionali. Il Governo prometteva il nucleare, la Torino-Lione e il Ponte sullo Stretto e così proponeva: 1) «la revoca» delle assegnazioni del Fas operate dal Cipe, ma non impegnate, verso le regioni e le provincie autonome (18 miliardi al Sud, 5,5 al centro-Nord); 2) la destinazione ai ministeri delle risorse liberate; 3) la «rimodulazione» dell’uso dei fondi europei a disposizione delle regioni per avere un procedimento di spesa più efficace (12,5 miliardi per il centro-nord, 31,8 per il sud, comprendendo il 50% di cofinanziamento nazionale).
La protesta delle regioni, guidate da Vasco Errani, bloccò a giugno un provvedimento che potenzialmente avrebbe trasferito le competenze di programmazione di 82 miliardi dalle regioni al Governo. A novembre il Governo ci ha riprovato e, per finanziare le misure anticrisi (social card, taglio dell’acconto Ires e Irap, sottoscrizione pubblica di obbligazioni bancarie, cassa integrazione, ecc.), contava di sottrarre alle regioni, e principalmente a quelle meridionali, il Fas. Ma ancor più allarmante, nelle bozze di delibera Cipe e di decreto del consiglio dei ministri circolate in istruttoria, l’ipotesi di storno della quota del cofinanziamento nazionale dei fondi comunitari (il 50%). Secondo l’economista Mimmo Cersosimo, vicepresidente della giunta regionale della Calabria, le manovre del Governo prefigurano la cancellazione tout court delle politiche di riequilibrio territoriale, in particolare scompare del tutto qualsiasi politica a favore del Mezzogiorno: purtroppo il governo usa le risorse attribuite al sud come «esclusivo polmone per coprire le disorganiche misure nazionali di risanamento finanziario e di attenuazione della crisi economica». Malgrado il Governo presenti questi provvedimenti come anticiclici, i meccanismi istituzionali ad essi sottesi «comporteranno un allungamento dei tempi rispetto alle procedure di investimento a suo tempo concordate con le regioni e gli altri partner istituzionali». Questa crisi, provocata dal capitale, sarà pagata dal lavoro con le ricette del capitale. Tremonti (oltre al Fas) deciderà la spesa dei 100 miliardi della Cassa Depositi e Prestiti e della quota italiana del piano Ue anticrisi. Marcegaglia vuole investimenti pubblici in infrastrutture materiali ed immateriali per sostenere il Pil. Traduzione: commesse per alcune aziende. Serve un intervento strutturale dalla parte dei lavoratori: in nome di esso, le sinistre nei governi regionali (facendosi sentire nella conferenza stato-regioni) potrebbero evitare lo scippo delle risorse delle regioni; inoltre la Cgil, attrice nella programmazione di quei fondi, potrebbe qualificare una sua piattaforma e, tramite la Ces, proporre alla Ue una sua strategia invece di subire le ricette di Bruxelles, ispirate dagli industriali più influenti. A ottobre Rossanda chiedeva alle Sinistre perché avessero accettato la detassazione delle imprese e la riduzione dei salari in nome della crescita. Semplice: perché le sinistre, prive di un progetto alternativo di governo, non hanno una politica industriale per ricollocare il paese nella fascia alta della divisione internazionale del lavoro e creare occupazione stabile e di qualità. Ed ora, nella crisi, subiscono il colbertismo di Tremonti.

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Pubblicato il dicembre 22, 2008, in rifondazione comunista, sinistra con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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