Proviamo a guardare lontano?

E’ evidente che la sinistra è morta nei suoi rituali, almeno in quelli nati dal dopo Bolognina e sviluppatisi negli anni 90. Alcuni dei principali esponenti della sinistra di quegli anni e di questi – Bertinotti, Veltroni , Rutelli – sono politicamente defunti e D’alema non si sente tanto bene.

Costoro hanno fondamentalmente utilizzato gli strascichi di pratiche consolidate dagli anni 70 in poi, senza introdurre elementi di novità e di analisi innovativa della società: hanno, per sintetizzare, prosciugato le forze dei vecchi partiti di massa e delle loro relazioni sociali. Hanno assorbito il leaderismo come elemento costitutivo del loro proporsi.

Chi si affaccia , a tenere in vita alcune di quelle pratiche, utilizzando un mix di meridionalismo contadino e di buone capacità oratorie è Nichi Vendola , il quale però non promuove nuovi approcci ma mette al centro la sua personalità, naturalmente in un’ottica di sinistra. Vendola già dal suo primo mandato si propone come l’uomo della sintesi delle culture politiche presenti nel suo Governo. Nel secondo,invece, data la diversificazione delle culture di origine degli eletti, è operazione quasi impossibile a meno di non fare capriole culturali che non lo porterebbero molto lontano. Un dato appare chiaro: il leaderismo a sinistra non produce balzi in avanti, ma definisce un quadro di arretramento culturale e numerico di grosse proporzioni. Il leaderismo, naturalmente, è espressione diretta della cultura riveniente dal sistema maggioritario, che vuole leaders adatti agli usi mediatici anche se privi di responsabilità nella conduzione delle rispettive formazioni politiche. Vendola e le sue fabbriche provano, in questo senso, a costruire un consenso attraverso un radicamento post-politico. Naturalmente i frequentatori delle fabbriche sono un parterre di persone che, in qualche modo, non solo in senso negativo, sono stimolate dall’avere un qualche tipo di relazione col potere, anche solo per essere ascoltati nelle idee che propongono. La relazione col potere, a vario titolo, è l’elemento centrale di questa operazione, che non a caso viene messa in piedi per la campagna elettorale e quando si ipotizza una seconda e ben più lunga campagna: quella delle eventuali primarie per la Presidenza del Consiglio. Ricordo cosa erano i comitati Vendola del 2005. Li la percezione “dell’alternativa” era più evidente e definita e anche la spontaneità di quei comitati aveva qualcosa di innovativo, proprio perchè non era Vendola a cercare la costruzione di quei comitati ma, spesso, avvenivano malgrado Vendola. Qui si tenta di avanzare una ipotesi comunicativo-organizzativa che abbia fini di controllo, di riduzione del conflitto interno e di giustificazione dello spostamento al centro di Vendola; elemento essenziale per la futura candidatura a Premier.

In larga misura nei partiti della sinistra, anche nel PRC, le proposte in campo,oggi, attengono maggiormente a svolte di tipo organizzativo, senza che appaia chiaro su quali proposte politiche. Almeno in Italia e forse anche in Europa non si vedono all’orizzonte grandi movimenti sociali e soprattutto legati ai temi di maggiore interesse della classe: lavoro, precarietà, diritti sociali, genere, ecc.

Un’idea che è certamente passata in questi anni è legata al rapporto col governo: nella percezione comune non può darsi trasformazione se non si giunge a governare. Questa idea, tutta da ragionare, di fatto ha creato il complesso di inferiorità nel mondo della militanza e ha prodotto una percezione di marginalità di una parte del popolo della sinistra. Anche sulle pratiche messe in campo contro il precariato non si è riflettuto e organizzato il giusto approccio. Se è vero, come io penso, quanto sostiene Sergio Bologna che l’obiettivo del padronato è che “Il precariato non deve nascere solo al momento dell’incontro con il mercato del lavoro, deve essere costitutivo della mentalità della persona, deve essere inoculato nella persona come percezione del sè”, allora dobbiamo dirci senza infingimenti che in questi ultimi anni nulla abbiamo fatto di concreto per combattere questa “egemonia”. Anche qui, e non per un accanimento terapeutico, possiamo prendere come esempio la prima gestione Vendola, se non altro come punta avanzata, almeno sulla carta, della sinistra italiana : non uno dei consiglieri della sinistra ha mai pensato di mettere all’ordine del giorno la discussione sul reddito sociale o su altre forme dirette di lotta al precariato. Naturalmente non si discute sul fatto che non si sia approvato, ma il dato di una totale assenza di discussione è raccapricciante. Il fenomeno del “lifelong learning”(formazione continua) ,ad esempio, è vissuto a sinistra come una sorta di opportunità. In realtà definisce il perimetro di inadeguatezza che si autoproducono le persone che lo perseguono: si riversa su stessi il proprio essere precario e non si capisce che forse si è vittime della lotta fra le classi. I precari hanno introiettato la loro condizione , forse, anche grazie al fatto che nessuno ha spiegato loro da dove nasce quella condizione. Sugli scenari di un possibile superamento nessuno si pone realisticamente il problema. Troppo impegnativo. Analogo fenomeno avviene in altri contesti. Molto spessi i lavoratori assorbono le culture dei loro padroni: accade così che un bracciante del sud dica che il suo sottosalario è diretta conseguenza della crisi del comparto agricolo o che l’operaio dell’azienda di dieci lavoratori ringrazi l’imprenditore per l’assunzione dopo 5 -10 anni di lavoro a nero o in apprendistato. Forse tornare a ragionare sul perchè tutto questo accade sarebbe d’aiuto. Naturalmente non considero la possibilità che ci sia qualcuno che ritenga questi esempi normali.

Naturalmente questa assenza di riflessione e pratiche è analoga nel resto d’Italia e anche nel PRC.

Poco si dice riguardo al fatto che il nostro paese sta scivolando nella graduatoria mondiale nelle zone di periferia e che le condizioni di vita della maggioranza del paese sono regredite. Le varie frane di questi giorni sono l’esempio non solo di una assenza di tutela del territorio, ma di una assenza di visione generale da parte del ceto politico degli ultimi 30 anni. In tutto questo la prospettiva della sinistra è ridotta al lumicino e, in termini di orizzonte, essa non riesce a prospettare produzioni di senso; non narrazioni, come direbbe qualcuno, ma senso, significato sociale. Muore l’idea che la politica, almeno a sinistra, o si propone di agire sulla costruzione di nessi sociali collettivi oppure diventa asfittica. Credo che il bisogno di unità a sinistra nasca più dal ricordo di una sinistra in cui la produzione di senso e l’egemonia erano esercitati con cognizione di causa che non dalla necessità di stare tutti sotto lo stesso tetto qui ed ora.

Anche le presunte innovazioni degli anni 90, quelle che ruotano attorno al mondo dell’associazionismo e del terzo settore, che davano l’idea di una diversa militanza fuori dai partiti , pare naufragata ad un professionismo del terzo settore espunto delle istanze politiche che le facevano inizialmente da corollario. Intanto si è prodotta una deregulation proprio negli ambiti di pertinenza di questo mondo specifico con degli effetti devastanti sulle politiche di carattere universalistico come la sanità, i servizi sociali con un aumento esponenziale del collateralismo ai poteri forti e agli stessi partiti.

Alcuni pensatori del 900, tra i quali Michels, dicevano che i partiti sono stati l’evoluzione del livello associativo-solidale verso il potere organizzativo autoritario. In questo senso si potrebbe dire che il ritorno a forme , o almeno alla percezione diffusa di queste forme, solidali e di parità potrebbe rappresentare la parabola discendente di una storia, quella dei partiti, che pare aver raggiunto il suo apice. Naturalmente non sostengo che i partiti sono morti. Penso che abbiano bisogno di una profonda riflessione e di uscire da un autismo generalizzato. Credo sinceramente che il recuperare un pensiero lungo e , allo stesso tempo, pratiche direttamente collegate al pensiero di riferimento, evitando corto circuiti comunicativi ed organizzativi sia il fondamento per un rilancio della politica a sinistra.

A me pare che negli ultimi 15-20 anni i problemi e i punti di analisi critica alla società siano stati solo evocati. In poche situazioni il rapporto tra il dire e il fare è stato conseguente.

E’ evidente che le grandi organizzazioni della sinistra abbiano scontato gli effetti di una sconfitta epocale dal 91 in poi, ma questo molto spesso è stato un alibi e non un punto di analisi utile alla ridefinizione di se stessi. La rifondazione, come processo dinamico dovrebbe ripartire . Per fare questo molti dovrebbero mettersi in gioco.

La costruzione di un nuovo spazio politico, non minoritario, passa automaticamente attraverso la presa in carico di alcuni grandi punti:

  1. agire la costruzione di aggregazione intorno ai temi delle diseguaglianze;
  2. avere una politica di ricomposizione delle organizzazioni della sinistra: politiche, sindacali, associative e delle grandi organizzazioni di massa, per ridefinire una platea ampia di interlocutori, evitando gli schemi delle interlocuzioni preferenziali di corrente o amicali
  3. costruire l’unità a sinistra a partire dai contenuti. La forma con la quale si attua questo obiettivo è relativamente indifferente;
  4. Riprendere l’analisi sociale in forme e modi che superino il tempo stretto dato dalle esigenze contingenti che mettono al centro solo ed esclusivamente le elezioni
  5. costruire una analisi ed una conseguente pratica sul ruolo e le forme del sindacato e su come mettere mano alla ricostruzione di un sindacato di classe e di conflitto;
  6. Sottodimensionare il ruolo del Berlusconismo come fenomeno politico. In nome del berlusconismo e dell’antiberlusconismo non si è rivolto lo sguardo più in là. Alcuni fenomeni, come quello della precarizzazione non sono figli del berlusconismo; anzi in alcuni casi sono stati introdotti dai governi di centrosinistra.
  7. Costruire una classe dirigente che sia all’altezza delle nuove necessità politiche. Questo si traduce anche nel superare schemi nominalistico-meritocratici assorbiti da modelli che non dovrebbero appartenerci. In questo senso il vendolismo è certamente un modello fuorviante , carico di conseguenze per il futuro. Vendola, infatti, ha negli ultimi anni provato a fare una operazione di questo tipo, ma utilizzando schemi interpretativi non adeguati ad una politica di sinistra. Egli ha provato a selezionare vicino a se giovani brillanti e, sulla carta, portatori di esperienze interessanti. Questo però non è stato funzionale alla trasformazione o al superamento “dell’ ascensore rotto” ( la mobilità sociale dei giovani bloccata ), ma a costruire una sorta di corte più efficace ed efficiente di quella della destra.
  8. Costruire nei partiti un equilibrio di poteri adeguato alle necessità politica. I partiti non posssono essere più un trampolino di lancio di carriere ed esperienze personali prive di controllo sui livelli istituzionali. Del resto non possono essere nemmeno così sclerotizzati e privi di verifica. Qui è necessario specificare che le verifiche non possono essere solo le elezioni; vi sono altri strumenti ben più articolati che sarebbe utile mettere in campo, fermo restando che gli aspetti elettorali non sono secondari.

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Pubblicato il aprile 19, 2010, in rifondazione comunista, sinistra con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

  1. ti ringrazio per questo contributo molto interessante…il metterlo in pratica sarebbe davvero opportuno. Partiamo da noi e rilanciamo questo processo dinamico di ricostruzione…

  2. condivido. Purtroppo bisognerebbe anche spiegarlo a chi maneggia sottobanco e specula sull’impegno dei compagni sul territorio…

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