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C’ero anche io. Spunti.

Si, io c’ero sabato 15 Ottobre 2011. Ero, mio malgrado, dietro lo striscione che apriva il corteo. Il primo striscione. Ed ero insieme al mio amico e compagno Yvan Sagnet, portavoce degli scioperanti di Nardò, a “rappresentare” una lotta che, in qualche modo, anche se non ancora terminata, possiamo definire vincente. A mio avviso la lotta di Nardò è stata vincente perchè ha sfondato il muro dell’ipocrisia e del paternalismo nostrano ed ha prodotto, dentro un quadro molto difficile e ricco di insidie oltre che soggetto a “fuoco amico”, un elemento di avanzamento proprio perchè si fondava su elementi materiali. Non aspirava alla rottura dei rapporti attraverso il simbolico, ma cercava di incidere sul miglioramento delle condizioni materiali a partire dall’utilizzo di uno strumento tanto antico quanto efficace: lo sciopero. Cioè l’inceppamento del meccanismo del padrone, l’aspirazione, almeno parziale di mettere in crisi il suo profitto. Questo strumento, ancora efficace se surrogato o sussunto nella logica del simbolico, mette in discussione la sua rilevanza. Cosa c’entra lo sciopero con la manifestazione di Sabato? La risposta è semplice quanto banale. La manifestazione di sabato è una manifestazione tutta politica che parla di lotta alle politiche economiche messe in campo dalla BCE, su indicazione delle varie agenzie di rating e su consiglio del WTO e del FMI. Queste politiche vengono, di fatto, caricate sulle spalle delle classi meno abbienti e sulle nuove generazioni. Grazie alle ideologie neoliberiste, che hanno attraversato negli anni ottanta e novanta anche la grandissima parte di quello che oggi conosciamo come centro sinistra e si sono ormai talmente radicate da non essere più messe realmente in discussione, oggi ci troviamo a questo punto. In particolare per alcuni settori , partiti e movimenti la mutazione genetica è totale cioè ad un punto di non ritorno. Se il celeberrimo “ abbiamo una banca” di Fassino non ha nessuna rilevanza penale, non può dirsi ugualmente per la rilevanza politica e culturale. Tornando allo sciopero di Nardò l’unione fra la scelta del mezzo efficace, lo sciopero appunto, e la sua dimensione di lotta intelligente e non violenta le ha dato quella marcia in più per fare breccia nel senso comune e nelle dinamiche politiche. Quella scelta non è casuale e ha visto uno straordinario impegno nel praticarla.

Ciò che è sucesso a Roma parla invece di alcune debolezze e di grandissimi punti di forza. Le debolezze, come qualcuno ha voluto rilevare, attengono agli aspetti organizzativi – assenza di servizio d’ordine, basso numero di forze dell’ordine, troppa poca differenza nell’organizzazione fra partiti e sindacati e piccole realtà -, mentre la grande forza di questo movimento attiene alla sua dimensione e alla sua composizione sociale – precari, studenti e ceto popolare – , vera novità delle dinamiche politiche degli ultimi anni.

Da più parti, però, le debolezze vengono confuse o sovrapposte. La penetrazione profonda dell’ideologia liberista ha portato con se anche forme deleterie di destrutturazione della lotta politica. L’assunzione di forme di lotta più postmoderne come il flashmob o la formula delle campagne che durano al massimo qualche mese, hanno spostato l’attenzione molto più sull’estetica del conflitto e della battaglia politica che non sulla sua reale efficacia. Posizionarsi eccessivamente sull’elemento simbolico nella costruzione di una critica alle politiche reali prodotte dai governi liberisti e dalla BCE, significa non tenere conto delle vere dinamiche che possono produrre un sabotaggio del sistema che causa effetti sociali devastanti. Negli anni 80 i politologi parlavano di democrazia dei 2/3: cioè il sistema garantiva privilegi e riproduzione a 2/3 della società tenendo ai margini 1/3 di essa. Oggi questo schema, di impronta liberale, è saltato anch’esso nonostante fosse iniquo ed insufficiente. L’imbarbarimento si è allargato ed ha rovesciato la piramde: 1/3 , forse anche meno, sta bene, 2/3 vivono ai margini.

Basta leggere i recentissimi dati sulla povertà prodotti dalla Caritas e dalla fondazione Zancan per accorgersi che “Secondo il rapporto 2011 della Caritas (“Poveri di diritti”, Edizioni Il Mulino) sono 8,3 milioni i cittadini che vivono in povertà, pari al 13,8% della popolazione. Tra le fasce più colpite, le famiglie numerose, quelle con un solo genitore e i nuclei meridionali. Il dato che più colpisce, però, è un altro: in tempi di crisi economica la povertà sta cambiando volto, tanto che il 20% delle persone che si rivolgono ai Centri di ascolto in Italia ha meno di 35 anni”(http://www.controlacrisi.org/notizia/Economia/2011/10/17/16557-caritas-italiani-sempre-piu-poveri-in-aumento-i-giovani-che) .

In un quadro così fosco e duro negli ultimi anni le organizzazioni politiche non hanno prodotto alcun orizzonte credibile per la fuoriuscita da questa situazione. Oggi si punta il dito contro i black block o sedicenti tali che si ribellano, con l’uso della forza, al sistema.

Le forme del conflitto che si sono scontrate a Roma sono profondamente inadeguate: da un lato manifestanti che passeggiano, colorati quanto vogliamo ma sempre passeggianti, compreso il sottoscritto, dall’altro coloro che smontano bancomat e bruciano macchine, compresa la macchina (piccola) di un compagno, precario quanto loro e quanto me.

La discussione, però, non può attenere alla reciproca presa di distanza dalle differenti forme di lotta. E’ necessario dirsi che entrambe sono inefficaci al raggiungimento dell’obiettivo: i Governi non rispondono a queste sollecitazioni. Credo, invece, che la manifestazione di sabato sia nei suoi punti alti sia nei suoi punti di caduta parli a tutte le forze della sinistra , quelle politiche e quelle sociali e mostri in modo inequivoco la loro inadeguatezza. Questa manifestazione è uno spartiacque. Dire che i black block sono il nemico a me pare esagerato. Sono soggetti con i quali la sinistra deve prendere o riprendere un contatto e lo deve fare a partire dalla possibilità di dare delle risposte. Pena il rischio di nuove forme di autonomia del politico,con  tutto ciò che ne consegue. Anche se, per essere precisi, la dizione black block non è ne esaustiva ne chiara. Ci adattiamo  solo al linguaggio dei media di questi giorni.

In molti sostengono che gli avvenimenti di Roma produrranno una nuova stretta securitaria e repressiva. E’ utile dire, però, che questo fenomeno era già in atto, basterebbe guardare i fatti di Brindisi ( http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2011/3/18/11144-BRINDISI:Sit-in-vietato:-Comitato-Disoccupati-contro/ e http://www.brundisium.net/notizienew/shownotiziaonline.asp?id=39774 ), dove viene prima negato il diritto a manifestare e poi a seguito della manifestazione e a distanza di sei mesi vengono fatti gli arresti. Questa mi sembra repressione allo stato puro.

La sinistra sociale e quella politica devono rimescolarsi e contaminarsi. Il sociale si deve politicizzare ed il poltico si deve socializzare. Gli anni a venire saranno caratterizzati da un abbassamento del livello di guardia della sopravvivvenza economica delle classi meno abbienti ed è indispensabile che si trovino delle formule efficaci di lotta, ma anche di auto aiuto e di condivisione. Se oggi la parte più numerosa dei manifestanti è precaria o disoccupata questo non significa che non possano esservi delle forme di solidarietà e di condivisione da parte di chi statutariamente rappresenta i lavoratori. Il grande assente di quella manifestazione è il sindacato, o meglio CGIL, CISL e UIL, perchè quello di base e la fiom erano presenti.

Quei black … sono figli di questo politicismo. Saranno anche delle teste di rapa, ma oggi o ci si fanno i conti oppure domani saranno davvero la nostra spina nel fianco. Tutto l’odio e il paternalismo da chi ha costruito carriere a fare il finto disobbediente è urticante come i lacrimogeni di piazza san Giovanni e fastidioso come l’odore delle macchine che bruciavano in via Cavour. Anche noi abbiamo i nostri benpensanti che sopportiamo turandoci il naso. Però ora basta.

L’italia ha conosciuto le condizioni di lavoro dei braccianti di Nardò, ha rimosso le condizioni di lavoro delle donne morte a Barletta e, invece come ci fa notare wu ming1 ( http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241) non conosce affatto le condizioni di lavoro delle persone che lavorano nelle aziende del web come Amazon e Apple, del defunto Steve Jobs. La differenza tra queste tre tipologie di lavoro è davvero limitata: una è legata all’industria , una al settore primario e l’altra alla ICT. In ogni caso si tratta di condizioni di lavoro ai limiti della sopportabilità fisica e psicologica e che non rendono al lavoratore la possibilità di condurre uno standard di vita sufficientemente agiato.

Bene, la differenza fra il primo caso e gli altri due è lo sciopero; cioè la dimensione del conflitto che cerca di inserire il granello di sabbia nell’ingranaggio di un sistema economico che si basa sullo sfruttamento, ed insieme rende visibile i soggetti che lo agiscono.

Penso si possa dire che questo è il trend verso cui va il lavoro anche nei paesi occidentali ad economia avnazata. Vi è di fatto una cinesisazzione del lavoro. Personalmente non credo che si possa sostenere che le forme di lotta parcellizzate possano rispondere all’esigenza di un cambiamento di rotta per il miglioramento di tutto questo. Forse è utile trovare nella storia della sinistra gli strumenti necessari per ridare un senso al termine classe, che oggi più che mai è necessario ed indispensabile. Intanto la lotta di classe in occidente la fanno le banche e la finanza contro i lavoratori ed i disoccupati. C’è qualcosa che non va.

Proviamo a guardare lontano?

E’ evidente che la sinistra è morta nei suoi rituali, almeno in quelli nati dal dopo Bolognina e sviluppatisi negli anni 90. Alcuni dei principali esponenti della sinistra di quegli anni e di questi – Bertinotti, Veltroni , Rutelli – sono politicamente defunti e D’alema non si sente tanto bene.

Costoro hanno fondamentalmente utilizzato gli strascichi di pratiche consolidate dagli anni 70 in poi, senza introdurre elementi di novità e di analisi innovativa della società: hanno, per sintetizzare, prosciugato le forze dei vecchi partiti di massa e delle loro relazioni sociali. Hanno assorbito il leaderismo come elemento costitutivo del loro proporsi. Leggi il resto di questa voce

SEI MINORI LASCERANNO CIE BRINDISI (ANSA) – BRINDISI, 16 APR

l'ingresso del CIE

Il giudice di pace di Brindisi Mario Gatti ha riconosciuto la presunzione di minore età per sei dei nove extracomunitari trasferiti mercoledì scorso dal porto di Napoli al Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di Brindisi, in località Restinco. Il giudice ha disposto inoltre che gli stessi minori siano affidati ad una struttura protetta della provincia di Brindisi. Lo rende noto con un comunicato la Cgil di Brindisi, che stamani ha tenuto un sit-in dinanzi al Cie, esprimendo soddisfazione per la decisione del magistrato. L’udienza si tenuta all’interno del Cie brindisino. Oltre all’avv.Cristian Valle, difensore dei nove immigrati richiedenti asilo, all’udienza ha partecipato l’avv.Paola De Pascalis, dell’associazione Finis Terrae. Per i tre immigrati maggiorenni sarà presentato ricorso in Cassazione contro il decreto di convalida del trattenimento, perchè, secondo i legali, ci sarebbero state irregolarità procedurali da parte della Questura di Napoli. «La rete di soggetti sociali che sia a Napoli sia a Brindisi ha seguito e fatto emergere la vicenda – commenta la Cgil – ha consentito di verificare come si era di fronte a una piena violazione dei diritti. Questo dimostra che un’apertura agli enti di tutela e ai soggetti sociali, in queste vicende, consente di porre un argine alla ormai sistematica violazione dei principi fondamentali riveniente dalle norme poste in essere dalla legge Bossi-Fini»

Appunti sparsi sulle regionali

Bene, qualche commento a poche ore dai risultati elettorali mi è necessario, anche solo come traccia di un ragionamento che dovrà essere necessariamente collettivo.

Il quadro nazionale ci consegna un paese dove, nonostante le percezioni della sinistra, il berlusconismo è ancora forte e Berlusconi anche. La lega cresce e lo fa tenendo un doppio binario di azione: da un lato costruisce separatezze ( migranti, Nord – Meridione ecc. ), dall’altro costruisce radicamento sociale a partire dai bisogni che da quelle separatezze emergono. Viene fuori così una forza che , al di là dei nuovismi veltroniani e vendoliani, mostra come l’identificazione tra essere sociale ed essere politico sia la carta vincente per essere intellegibili ed efficaci. La candidatura della Bonino, ad esempio, parlava solo ad alcuni pezzi di società un po radical chic, mentre la Polverini con il retroterra di massa parlava, da destra, anche agli strati popolari.

La crisi si sente ed è perdurante e le forze della sinistra , comprese quelle del centro sinistra , stanno a guardare. Il lungo cammino di perdita di collocazione sociale da parte delle forze del centro sinistra ha prodotto gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti noi.

La vicenda della Campania, anch’essa è paradigmatica: lì noi andavamo da soli, nostro malgrado, perchè non potevano darsi condizioni diverse se non accettando di introiettare le logiche profondamente di destra del candidato De Luca. Naturalmente paghiamo un prezzo politico, ma certamente ridotto rispetto a quanto è nei nostri obiettivi.

Ora, qualcuno vorrebbe un big bang attraverso il quale ridefinire rapporti, strategie e obiettivi della sinistra e del centro sinistra. Lo stesso Vendola parla di morte dei partiti. Lo fa naturalmente anche pro domo sua , mostrando una assenza di lungimiranza e cavalcando uno dei tanti nuovismi che egli rappresenta. Nichi, infatti, ha ottenuto un buon risultato ma non privo di contraddizioni interne e mettendo in moto degli elementi di novità comunicativa ( già presenti nella sua precedente elezione) che gli fanno credere che quella possa divenire la strada maestra. Poco si dice che anche in Puglia il calo dei votanti è stato di circa l’8%. Questo dimostra che nonostante il buon governo di Vendola la tendenza alla passivizzazione ha radici più profonde, che vengono anche corroborate da un ignobile sbarramento al 4% che non esiste nelle altre regioni. Qui è stato utilizzato come una clava per regolare conti interni alla sinistra e distogliendo lo sguardo da processi politici più generali. Da sempre le forze della sinistra sono per il diritto alla rappresentanza; solo nei sistemi liberali ottocenteschi, o dove vi è un’altra tradizione istituzionale, si usano i filtri dei sistemi elettorali per la vittoria politica. Ma questo è un altro discorso.

La Puglia del 2010 elegge un consiglio regionale altamente moderato, con un gran numero di ex socialisti eletti nelle fila della SeL e una parte di ex PD o ex UDC nelle fila della lista del Presidente. Si configura, così, una assemblea assai differente dalla precedente e sulla quale le forze della sinistra devono esercitare una forte attenzione perchè il rischio di implosione culturale e politica è alto.

La dissimulazione e lo spostamento al centro lo si ebbe già al momento del rimpasto di giunta dello scorso anno , quando con la scusa di rispondere agli avvisi di garanzia si produsse un cambiamento di orientamento politico: furono cacciati tutti i dalemiani e si fecero entrare gli ex margherita e assessori centristi.

Rimane, naturalmente, il dato della vittoria di Vendola, in una situazione di assoluta contro tendenza nazionale. Questo dato però va filtrato almeno nella parte che vuole una ripresa della sinistra e un eventuale accordo per le elezioni politiche del 2013. A quell’appuntamento si può e si deve arrivare con un’altra modalità. Sono in molti a pensare ad un Vendola candidato Presidente del Consiglio. E’ una ipotesi suggestiva, ma chiaramente sarà necessario vedere quale Nichi potrebbe arrivare a questo traguardo: quello dell’alternativa o quello della normalizzazione?

In questo quadro a noi cosa è dato fare? Io penso che sia arrivato il momento di una grande riflessione strategica che metta in campo ALTRE PRATICHE. Non è più possibile reggere lo scontro con la tattica e con una sproporzione di forze così elevato. L’oscuramento mediatico dopo l’uscita dal parlamento è diventato un grande problema, che non può essere affrontato con i siti web o con facebook, ma può essere minimamente colmato con la messa in campo dei corpi nella costruzione di lotte e di iniziative. Non v’è dubbio che questa è una prospettiva almeno di medio periodo, ma dalla quale non si può prescindere. Paradossalmente è la prospettiva di sinistra ad essere stata espulsa dal quadro politico generale.

C’è poi l’elemento del rapporto fra noi e SeL. Personalmente credo che le relazioni debbano giungere ad essere di riconoscimento reciproco e di collaborazione , fermo restando che non possiamo non mettere in evidenza le differenze di prospettiva. Partire dai contenuti è sempre lo strumento migliore in queste situazioni. Tutta la discussione dell’unità a sinistra è un tema che spesso viene utilizzato a sproposito e agitato male. Dobbiamo provare a unire i lavoratori, i precari, i migranti e coloro i quali hanno, secondo noi, la necessità di arrivare ad una prospettiva di classe, rifondata o meno. Non ci sono svolte organizzativistiche a questi problemi, ma solo culturali e di prospettiva. Le possibilità ci sono: è necessaria solo una maggiore consapevolezza collettiva interna ed esterna al partito.

Naturalmente la discussione si apre adesso.

Gianluca Nigro

La Sinistra e il Governo…..relazione pericolosa.

La sinistra al Governo......

Il giorno del giudizio è arrivato? Credo di no. Le Primarie , con tutto il loro carico di ambiguità devono ancora produrre i loro effetti. Il primo si è già disvelato: Vendola vince con uno scarto notevole sul concorrente piddino con tessera , Francesco Boccia. Figura debole anche se legata ai poteri forti, bocconiano di Bisceglie e lettiano di cultura politica.

Veniamo a noi. Cosa è successo a queste primarie? la maggioranza sostiene che l’autorganizzazione popolare, unita ad un sentimento anti dalemiano sia stato il brodo di coltura della sconfitta di Boccia. Sono persuaso dell’inesatezza di questa lettura . Vendola è un comunicatore di indubbio valore e anche un politico navigato, ma con l’esito di queste primarie questi due fattori sono stati quasi irrilevanti. La campagne delle primarie è durata meno di una settimana e il buon Nichi non è riuscito a fare i suoi comizi in tute le zone della regione. Si è fidato, nei fatti, del battage pubblicitario involontario prodotto da questo lungo tira e molla mediatico riguardo l’accordo con l’UDC. Le stesse primarie sono state accettate dal PD solo per tenere dentro la coalizione sia Vendola che Casini. Operazione già tentata da Vendola ai tempi del rimpasto di giunta di qualche mese or sono: andata male , però, per la cparbietà di Casini di provare direttamente e senza il filtro vendoliano a gestire una operazione complessa che aveva come sfondo l’acordo fra poteri forti per la gestione dell’AQP e di altro. Leggi il resto di questa voce

I suicidi in carcere e l’etica della responsabilità

sbarreSandro MARGARA

da fuoriluogo Aprile 2009

La metto così: il carcere è, e in sostanza è sempre stato, una questione totale: cioè, una questione in ogni suo aspetto, un continuum di criticità, che si tengono tutte fra loro. La questione dei suicidi in carcere, a mio avviso, va letta così. Nel contesto del carcere, per dire una cosa ovvia, tutto quello che dovrebbe rilevare sul nostro tema è la sua vivibilità o la sua invivibilità. Il discorso potrebbe allora svilupparsi nella ricostruzione di tutti i fattori e dinamiche di invivibilità, non pochi e non leggeri. Poi, bisognerebbe attuare una strategia dell’attenzione nei confronti di coloro che soffrono in modo speciale la invivibilità.
Ma c’è, indubbiamente, a monte di questi aspetti, un primo punto che non può essere ignorato: ed è quella che potrebbe essere chiamato la «vivibilità dell’arresto», che ha un proprio rilievo, provato dal dato statistico (ricavato dal libro di Baccaro e Morelli: «Il carcere: del suicidio e di altre fughe», letto in bozza) che il 28% dei suicidi in carcere si verificano entro i primi dieci giorni e il 34% entro il primo mese. Sotto questo profilo del «tintinnio delle manette», il carcere fa solo da cornice al precipitare di vicende individuali, rispetto alle quali un sistema di attenzione degli operatori non è facile, specie in presenza di certe strategie processuali. Naturalmente, c’è chi dirà: «Non vorrai mica che il carcere non faccia paura?».
Ma veniamo ai fattori di invivibilità del carcere, subìti e sofferti da tutti e da alcuni fino a rinunciare alla vita. Il primo è quello legato al sovraffollamento, che ha due aspetti a cominciare dal fatto di vivere a ridosso immediato di altre vite, il levarsi reciprocamente l’aria, il che non è affatto poco (gli esperimenti per le scimmie dicono che diventano nervose: e gli uomini?). Ma poi, in una struttura sovraffollata, inevitabilmente le disfunzioni sono infinite. Si lotta per sopravvivere a livelli minimi.
Il Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio di Europa (Cpt), ha considerato la situazione di sovraffollamento in carcere, come «trattamento inumano e degradante». Tanto maggiore sarà la invivibilità quanto più si accompagnerà alle lunghe permanenze in cella, a fare della cella il luogo di una vita invivibile. E la normalità, in situazioni del genere, è che dalla cella si esce solo per brevi periodi «d’aria», ma non per lavorare o per altre attività né, per molti dei detenuti (stranieri, persone sbandate per le ragioni più varie, etc.), per avere colloqui con i familiari. E’ possibile costruire prospettive di uscita da queste situazioni? Lo impediscono: la povertà delle risorse organizzative del carcere su questo versante, le risposte sempre più difficili e spesso negative della magistratura, lo stesso ridursi delle possibilità o la mancanza di queste per la fascia sempre più numerosa degli stranieri, che attendono solo l’espulsione (nei grandi carceri metropolitani sono ormai ben oltre il 50%, ma anche la media nazionale si avvicina al 40%). C’era una volta un Ordinamento penitenziario che dava delle speranze di permessi di uscita, di misure alternative, ma anche questi spazi si sono sempre più ristretti – per leggi forcaiole e per magistrati condizionati dal clima sociale che le produce – e le speranze si sono trasformate in delusioni.
D’altronde, il suicidio non è l’unico prodotto della invivibilità delle carceri: lo sono anche i tentati suicidi, come pure, spesso difficili da distinguere dai primi, i gesti autolesionistici. Tutto insieme, si arriva vicini all’inferno. C’è, comunque, una campagna della amministrazione penitenziaria per individuare e agire a sostegno dei soggetti più a rischio. Ma non si può sperare che questo serva quando gli sforzi necessari sono limitati da poche risorse, destinati a durare per poco tempo, come accaduto in passato, affidati ad un sistema di sorveglianza psicologica e psichiatrica mai costruito adeguatamente: il tutto sempre dentro quelle condizioni di invivibilità che si mantengono e si concorre anzi ad aggravare, come dimostra l’accelerazione delle dinamiche di sovraffollamento. Tento una conclusione. Sentire, tutti, la responsabilità di questi morti e del carcere che li produce è una scelta etica desueta.

L’insicurezza è la normalità – Giorgio Galli

vauro050209
da Il manifesto 28/02/2009
Vi è un pacchetto sulla sicurezza già all’esame del parlamento, uno dei cui rami l’ha già approvato. È quello che induce i medici a denunciare i clandestini. Poi c’è un super pacchetto sulla super sicurezza, varato dal governo per introdurre le cosiddette ronde, che in parlamento erano state escluse dalla legge in esame. È una sovrapposizione abbastanza strana. Ma ancora più strana è la motivazione.
In un primo tempo il governo ha detto che il decreto era necessario perché tre stupri in contemporanea a metà febbraio, a Roma, Bologna e Milano, evidenziavano un’emergenza stupri, una delle tante emergenze che travagliano l’Italia.
Poi il premier ha chiarito che nell’ultimo anno gli stupri sono diminuiti. Se gli stupri calano, è evidente che l’emergenza non c’è. Allora perché occorre un decreto? Lo ha chiarito lo stesso premier: perché occorre far fronte al «clamore» suscitato nell’opinione pubblica dai tre episodi di metà febbraio. Vi è, dunque, un’emergenza «clamore». Leggi il resto di questa voce

Stato di Polizia

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La stampa nazionale non ha più freni: si susseguono le notizie di violenze ad opera di nomadi, rumeni e stranieri in genere, il tutto condito da una spruzzatina di fascismo in fieri. Il pacchetto sicurezza approvato e le norme ancora in discussione prefigurano una sorta di stato di Polizia. Se si aggiungono le mai dismesse leggi “speciali” in vigore dai tempi della stupida lotta armata, il quadro legislativo che ne emerge è raccapriciante. Non è un caso che il Presidente della provincia di Milano ( PD) Penati “esorta ” la sinistra radicale ad approvare le ronde. I medici sono costretti a disconoscere il giuramento d’Ippocrate e a denunciare gli irregolari che usano il SSN e la stampa da risalto solo ad una parte del problema. Si arriva ad una legislazione d’emergenza per tutti dopo anni di legislazione speciale per i soli migranti. Nel pacchetto sicurezza , che ridà nuova linfa ai sindaci sceriffi, oltre che ai Questori e ai Prefetti, si prevede tra l’altro la “ridefinizione” degli spazi dove sono consentite le manifestazioni di protesta e si inibisce, dando poteri a Sindaci, Prefetti e Questori, la presenza di luoghi frequentati da molte persone. In pratica sarà più difficile fare un volantinaggio davanti ad un teatro o ad un centro commerciale. A completare il quadro, è bene ricordarlo, ci sono le misure di nuovo conio, come le ordinanze sindacali contro i lavavetri e contro l’accattonaggio che prolificano, anche nei comuni a gestione PD, e le vecchie già consacrate leggi come la bossi-fini e la fini-giovanardi sulle droghe che criminalizzano i giovani che si fanno una canna. Se questo non è stato di Polizia cos’è? Le statistiche ufficiali ci dicono, di contro, che i reati gravi sono diminuiti e che le violenze, in specie sulle donne , avvengono soprattutto in famiglia. In tutto questo il disegno politico che emerge è il tentativo di creare il capro espiatorio per una perversa lettura della crisi economica che ci attraversa. Le ronde sono l’ultimo capitolo di una narrazione non ancora terminata su chi è responsabile del malessere sociale che stiamo vivendo. Lampedusa brucia e i migranti arrivano come prima, rafforzando le fila del lavoro nero perchè non hanno possibilità di regolarizzazione; nessuno si accorge che sarebbero necessari una sanatoria dei migranti irregolari e una nuova legislazione sui migranti. La lega, nonostante i proclami è riuscita solo a peggiorare la situazione anche sul piano che essa persegue: gli arrivi sono aumentati, l’accoglienza non esiste e anche il Sindaco di lampedusa definisce il CIE un lager. In questa situazione il PD non dice nulla e cincischia solo sui propri problemi interni, come al solito oltre alla sinistra solo l’Europa si fa sentire, lo fa contro la norma sui medici spie, mentre anche Fava ( SD) non sa fare di meglio che proporre provvedimenti che puniscono con l’espulsione i migranti che lavorano in nero. L’Unità della Sinistra? A PARTIRE DAI CONTENUTI GRAZIE.

GIANLUCA

Il “crime deal” italiano

foto-9-salvatore-palidda Dal sito Osservatorio sulla repressione http://www.osservatoriorepressione.org

di Salvatore Palidda

All’inizio di dicembre 2008 il totale dei detenuti in Italia è quasi lo stesso di prima dell’indulto, cioè circa 59 mila, con una percentuale sempre in crescita degli stranieri soprattutto al nord mentre al sud prevale la criminalizzazione dei locali spesso considerati come affiliati alle mafie anche quando si tratta di semplici piccoli delinquenti, di manifestanti contro le discariche di rifiuti tossici o degli ultrà napoletani dell’accusa-bufala di assaltatori di treni e stazioni. I forcaioli dicono che l’indulto è stato una catastrofe perché la maggioranza dei beneficiari è stata re-incarcerata, ma nessuno dice che questo è il risultato prevedibilissimo dell’assenza quasi totale di assistenza a chi esce dal carcere che però è sempre preda facile per quegli agenti di polizia a caccia dei soliti noti per mostrare quanto sono produttivi. Leggi il resto di questa voce

La confessione di Stato non c’è più, ma a scuola c’è solo l’ora cattolica

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da Liberazione 08/02/2009

Matematico, logico, saggista, Piergiorgio Odifreddi è anche presidente onorario dell’Uaar, l’Unione degli atei agnostici e razionalisti dal 2003.

Nell’84 c’è stata, come noto, la modifica del concordato. Cosa rimane tuttavia dei Patti lateranensi del ’29?
Ricordiamo che i Patti lateranensi sono recepiti dalla Costituzione nell’articolo 7. Tra parentesi l’assurdo è che attraverso questo articolo la Costituzione repubblicana recepisca indirettamente anche un riferimento allo Statuto Albertino della monarchia sabauda che fu, per l’appunto, incorporato nei Patti lateranensi. E’ un controsenso anche se è, tutto sommato, un aspetto secondario. Un problema più grave è che l’articolo 7, come sappiamo, non è rivedibile attraverso referendum o proposte di leggi popolari. Essendo i patti lateranensi un trattato con uno Stato estero si possono rivedere soltanto in maniera bilaterale. La Repubblica italiana non può impugnare il concordato unilateralmente – a meno che non ce ne sia la volontà e allora, a quel punto, tutto sarebbe possibile. Lo Stato si è legato le mani. Alla popolazione è impedito di esprimersi. E poi ci sono altri aspetti altrettanto gravi, come la faccenda degli aiuti economici dello Stato alla Chiesa o l’obbligo, di fatto, dell’insegnamento di religione nella scuola. L’ora di religione ce la porteremo dietro chissà per quanto tempo. Altro che libera Chiesa in libero Stato. Qui c’è solo la libertà della Chiesa.

La revisione del Concordato nell’84 abolisce, sulla carta, la religione di Stato e l’ora di catechismo nella scuola. Di fatto, però, la religione cattolica è stata mantenuta come materia d’insegnamento per il suo valore nella nostra cultura nazionale. Non è cambiato nulla?
Vero. Le ripercussione della revisione concordataria dell’84 sulla scuola sono gravissime. Innanzitutto, ci sono storture evidenti come quella degli insegnanti di religione cattolica scelti dalla Curia ma pagati dallo Stato. Leggi il resto di questa voce