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Vogliono ammazzare il gattopardo per venderne la pelle

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da wwww.controlacrisi.org

Mi è capitato di leggere l’ultimo libro di Alan Friedman “Ammaziamo il Gattopardo”, quello che sta occupando i tg nazionali per avere rivelato una non notizia: la decisione e le consultazioni di Giorgio Napolitano orientate a far dimettere Berlusconi e a sostituirlo con Mario Monti.

Ho deciso di leggerlo per comprendere cosa ci fosse dietro una operazione di questo tipo. Immediatamente dopo le prime righe l’obiettivo del libro appare chiarissimo: trovare alcuni escamotage retorici e finti scoop per ridare la linea economico ideologica al paese. Appare assai evidente l’espediente della rivelazione delle notizie sulla scelta di Napolitano per attrarre l’attenzione su un libro che sembra confenzionato in due giorni. Inizia con alcune pezzi di interviste dove si fa dire, senza che questo venga smontato, a Giuliano Amato che il debito pubblico del paese è, in ultima istanza, responsabilità indiretta del PCI per il solo fatto di esistere e che la coppia Craxi – Andreotti con il pentapartito sentivano la pressione dei comunisti sulla spesa pubblica; per non perdere terreno elettorale decidevano applicare la logica del “piu uno”: cioè ad ogni richiesta del PCI aggiungevano qualcosa in proprio per dare l’idea di essere sensibili alle istanze sociali e dei lavoratori. Già solo questo basterebbe a usare la carta del libro per altri usi. Ma c’è di più. Ci sono ampi stralci di interviste, con relativi finti gossip, a D’alema, Berlusconi, Prodi, De Benedetti e soprattutto, vero oggetto del libro, a Renzi. Leggi il resto di questa voce

Cambiare. Si fa!

Negli ultimi  giorni la politica italiana è stata scombussolata da una serie di eventi che necessitano di una riflessione analitica prima e di una pratica poi per poter meglio fare delle scelte.

1)      E’ stato definitivamente approvato il provvedimento della procedura di modifica della Costituzione. Vengono, infatti, modificati quattro articoli – 81, 97, 117 e 119 – e si introduce il principio del pareggio di bilancio. Tale principio vale per tutti i livelli dello stato. Questo comporterà che gli organi dello stato non potranno fare spese se non dentro questo principio vincolante. L’effetto più drammatico di questa modifica costituzionale è che le spese che riguardano le politiche sociali, la sanità  e più in generale il welfare subiranno una netta contrazione. E’ facile prevedere che nel contesto di crisi occupazionale e di contrazione dei salari, fase iniziata con il governo Berlusconi e rafforzata a dismisura con il Governo Monti,  questa scelta produrrà effetti sociali devastanti in tutto il paese. Un esempio di questo si è già visto con il taglio dei fondi per i malati di SLA. L’approvazione del pareggio di bilancio in costituzione unito all’approvazione del c.d. Fiscal Compact sono i cardini del nuovo indirizzo economico dell’Europa. La stragrande maggioranza dei partiti presenti in parlamento, compreso il PD, ha votato a favore sia del fiscal compact che della modifica costiuzionale. Il fiscal compact non è altro che un dispositivo, inteso nell’accezione foucaltiana di apparato, che impone il taglio di 45 mld di euro annui per i prossimi venti anni. Questo dispositivo  porta con sé un vero e proprio modello sociale che si fonda sul principio dello stato di natura di Hobbes, cioè un luogo senza mediazioni e senza legge dove non ci sono più garanzie per nessuno e i servizi e gli stessi salari saranno erogati fino a quando non si arriva al limite del pareggio di bilancio.       http://documenti.camera.it/leg16/dossier/Testi/ac0691e.htm#dossierList Leggi il resto di questa voce

PERCHE’ NON VOTO ALLE PRIMARIE .

Sono in tanti fra i nostri compagni a pensare che, seppur in un ottica non entusiasmante, le primarie costituiscono un elemento di scelta democratica. Credo sia una lettura figlia esclusivamente della pressione mediatica che in questi giorni si sta rendendo necessaria per distogliere l’opinione pubblica dalle scellerate scelte che sta compiendo il Governo Monti per adeguarsi alle esigenze della BCE controllata dalla Germania. Queste scelte non sono irreversibili e non sono espressione di un destino segnato. Politiche differenti sono possibili e ampiamente attuabili a patto che il paese riesca ad esprimere un bisogno di democrazia alto e sia in grado, con tutti gli strumenti del conflitto sociale democraticamente utilizzabili, di mandare a casa questo Governo ed agevolare le forze che esprimono l’alternativa all’ austerity imposta dalle banche e fatta pagare alla parte della popolazione che sta peggio.

Il candidato Renzi sostituisce il feticcio di Berlusconi per coprire l’esigenza di avere uno spauracchio contro cui scagliarsi. Peraltro nemmeno la destra ha sciolto il nodo del candidato Premier. In ogni caso è utile precisare che indicare il futuro Presidente del Consiglio, non è un vincolo di legge ma una prerogativa del Presidente della Repubblica, quindi, la scelta di indicare il candidato Premier è solo una scelta ideologica, ormai completamente assorbita dall’opinione pubblica e che ha avuto la funzione di orientare il corpo elettorale verso una cultura maggioritaria, utile a rafforzare il fenomeno della dittattura della minoranza. Leggi il resto di questa voce

Gianluca Nigro: Nei campi torna il lavoro minorile, e la politica è silente.

da http://www.controlacrisi.org

Gianluca Nigro è stato il coordinatore del progetto di accoglienza della Masseria Boncuri di Nardò, un progetto sperimentale che ha contribuito ad aprire in Italia una stagione di lotte con il primo sciopero autorganizzato dei braccianti contro la schiavitù ed il lavoro nero. Un’intervento portato avanti da associazioni di base ( Brigate della Solidarietà Attiva e Finis Terrae) che ha provato a superare  l’approccio etico dell’associazionismo classico  in tema di immigrazione per rimettere al centro il terreno dell’organizzazione dei lavoratori e della loro presa di voce.  Controlacrisi.org lo ha intervistato.

(nella foto: blocco stradale dei braccianti a Castelnuovo Scrivia – estate 2012 )

Nardò, Salluzzo, Castelnuovo Scrivia, cosa succede in agricoltura con i migranti?
Succede che nonostante i tantissimi tentativi di rimuovere l’attenzione su ciò che accade nel mondo del lavoro migrante qualcosa si muove. Quelli da te citati sono solo i luoghi giunti agli onori delle cronache, ma c’è tanto altro che si muove su questo terreno. Dopo tanti anni, non senza contraddizioni, anche piccoli spezzoni del mondo della chiesa si affacciano al tema del lavoro migrante. Però c’è tanto da costruire, o forse potremmo dire da decostruire; nel senso che è fodamentale rimuovere molti luoghi comuni e schemi di ragionamento incrostati nel tempo che rappresentano il vero freno alla costruzione di un percorso di avanzamento sociale dei lavoratori stranieri. Il tappo non è rappresentato da loro, ma dalle sovrastrutture di noi italiani nel non considerarli lavoratori salariati . A questo si aggiunge il fatto che dentro la dimensione della crisi tutta la questione migrante subisce un disinteresse generale da parte della politica, come se i processi legati alla crisi non fossero Leggi il resto di questa voce

Migranti e Sindaco. Un rapporto fuori dal Comune.

Ci risiamo. Il sindaco Consales non smentisce una tendenza iniziata più di venti anni addietro: nei momenti di difficoltà accanirsi contro i migranti è sempre la via d’uscita. Basta inventarsi un nemico per coprire le proprie debolezze. Accade così che alcuni commercianti chiedono una irrazionale riapertura dei corsi e l’amministrazione si genuflette alle volontà di questa piccola lobbie; non paghi di questa scelta e probabilmente consapevoli che tutto questo non ha aumentato le vendite dei negozi e certamente non ha aumentato gli stipendi a nero di commesse e dipendenti di questi grandi imprenditori, si individua negli ambulanti arrivati per le feste patronali il nuovo impedimento alle vendite. Anche in questo caso l’amministrazione che fa? Produce una ordinanza in linea con il famigerato pacchetto sicurezza di Maroni e vieta il “bivacco” sui corsi agli ambulanti, di cui molti stranieri, che nelle pagine dei quotidiani fanno sentire la loro voce e ci restituiscono l’immagine di una Brindisi che non ci appartiene.

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Appunti sparsi sulle regionali

Bene, qualche commento a poche ore dai risultati elettorali mi è necessario, anche solo come traccia di un ragionamento che dovrà essere necessariamente collettivo.

Il quadro nazionale ci consegna un paese dove, nonostante le percezioni della sinistra, il berlusconismo è ancora forte e Berlusconi anche. La lega cresce e lo fa tenendo un doppio binario di azione: da un lato costruisce separatezze ( migranti, Nord – Meridione ecc. ), dall’altro costruisce radicamento sociale a partire dai bisogni che da quelle separatezze emergono. Viene fuori così una forza che , al di là dei nuovismi veltroniani e vendoliani, mostra come l’identificazione tra essere sociale ed essere politico sia la carta vincente per essere intellegibili ed efficaci. La candidatura della Bonino, ad esempio, parlava solo ad alcuni pezzi di società un po radical chic, mentre la Polverini con il retroterra di massa parlava, da destra, anche agli strati popolari.

La crisi si sente ed è perdurante e le forze della sinistra , comprese quelle del centro sinistra , stanno a guardare. Il lungo cammino di perdita di collocazione sociale da parte delle forze del centro sinistra ha prodotto gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti noi.

La vicenda della Campania, anch’essa è paradigmatica: lì noi andavamo da soli, nostro malgrado, perchè non potevano darsi condizioni diverse se non accettando di introiettare le logiche profondamente di destra del candidato De Luca. Naturalmente paghiamo un prezzo politico, ma certamente ridotto rispetto a quanto è nei nostri obiettivi.

Ora, qualcuno vorrebbe un big bang attraverso il quale ridefinire rapporti, strategie e obiettivi della sinistra e del centro sinistra. Lo stesso Vendola parla di morte dei partiti. Lo fa naturalmente anche pro domo sua , mostrando una assenza di lungimiranza e cavalcando uno dei tanti nuovismi che egli rappresenta. Nichi, infatti, ha ottenuto un buon risultato ma non privo di contraddizioni interne e mettendo in moto degli elementi di novità comunicativa ( già presenti nella sua precedente elezione) che gli fanno credere che quella possa divenire la strada maestra. Poco si dice che anche in Puglia il calo dei votanti è stato di circa l’8%. Questo dimostra che nonostante il buon governo di Vendola la tendenza alla passivizzazione ha radici più profonde, che vengono anche corroborate da un ignobile sbarramento al 4% che non esiste nelle altre regioni. Qui è stato utilizzato come una clava per regolare conti interni alla sinistra e distogliendo lo sguardo da processi politici più generali. Da sempre le forze della sinistra sono per il diritto alla rappresentanza; solo nei sistemi liberali ottocenteschi, o dove vi è un’altra tradizione istituzionale, si usano i filtri dei sistemi elettorali per la vittoria politica. Ma questo è un altro discorso.

La Puglia del 2010 elegge un consiglio regionale altamente moderato, con un gran numero di ex socialisti eletti nelle fila della SeL e una parte di ex PD o ex UDC nelle fila della lista del Presidente. Si configura, così, una assemblea assai differente dalla precedente e sulla quale le forze della sinistra devono esercitare una forte attenzione perchè il rischio di implosione culturale e politica è alto.

La dissimulazione e lo spostamento al centro lo si ebbe già al momento del rimpasto di giunta dello scorso anno , quando con la scusa di rispondere agli avvisi di garanzia si produsse un cambiamento di orientamento politico: furono cacciati tutti i dalemiani e si fecero entrare gli ex margherita e assessori centristi.

Rimane, naturalmente, il dato della vittoria di Vendola, in una situazione di assoluta contro tendenza nazionale. Questo dato però va filtrato almeno nella parte che vuole una ripresa della sinistra e un eventuale accordo per le elezioni politiche del 2013. A quell’appuntamento si può e si deve arrivare con un’altra modalità. Sono in molti a pensare ad un Vendola candidato Presidente del Consiglio. E’ una ipotesi suggestiva, ma chiaramente sarà necessario vedere quale Nichi potrebbe arrivare a questo traguardo: quello dell’alternativa o quello della normalizzazione?

In questo quadro a noi cosa è dato fare? Io penso che sia arrivato il momento di una grande riflessione strategica che metta in campo ALTRE PRATICHE. Non è più possibile reggere lo scontro con la tattica e con una sproporzione di forze così elevato. L’oscuramento mediatico dopo l’uscita dal parlamento è diventato un grande problema, che non può essere affrontato con i siti web o con facebook, ma può essere minimamente colmato con la messa in campo dei corpi nella costruzione di lotte e di iniziative. Non v’è dubbio che questa è una prospettiva almeno di medio periodo, ma dalla quale non si può prescindere. Paradossalmente è la prospettiva di sinistra ad essere stata espulsa dal quadro politico generale.

C’è poi l’elemento del rapporto fra noi e SeL. Personalmente credo che le relazioni debbano giungere ad essere di riconoscimento reciproco e di collaborazione , fermo restando che non possiamo non mettere in evidenza le differenze di prospettiva. Partire dai contenuti è sempre lo strumento migliore in queste situazioni. Tutta la discussione dell’unità a sinistra è un tema che spesso viene utilizzato a sproposito e agitato male. Dobbiamo provare a unire i lavoratori, i precari, i migranti e coloro i quali hanno, secondo noi, la necessità di arrivare ad una prospettiva di classe, rifondata o meno. Non ci sono svolte organizzativistiche a questi problemi, ma solo culturali e di prospettiva. Le possibilità ci sono: è necessaria solo una maggiore consapevolezza collettiva interna ed esterna al partito.

Naturalmente la discussione si apre adesso.

Gianluca Nigro

LAVORATORIO ADELCHI

http://lavoratorioadelchi.wordpress.com/2009/11/18/facciamo-le-scarpe-alla-crisi/

Da Fortresse Europe: Denunciare la Libia al Comitato contro la tortura dell’ONU

di Fulvio Vassallo Paleologo – Università di Palermo

PALERMO, 17 agosto 2009 – Dopo giorni di notizie frammentarie provenienti da alcuni siti somali, e dopo la smentita ufficiale del governo libico, sembra confermata da fonti indipendenti la uccisione di un numero imprecisato di migranti somali detenuti nel carcere di Bengasi, alcuni, forse cinque, durante un tentativo di fuga, altri, sembrerebbe quindici, che nella fase successiva alla fuga sarebbero stati percossi a morte. Nelle proteste scaturite dalla repressione violenta del tentativo di fuga, culminato con la strage, altre decine di somali (sembrerebbe 50) detenuti all’interno della stessa struttura detentiva di Bengasi, sarebbero stati gravemente feriti con manganelli elettrici, bastoni e coltelli, utilizzati da parte della polizia libica che si scagliava contro tutti coloro che si riteneva avessero partecipato alla sommossa. Una vicenda tragica sulla quale occorre indagare.

Nessun mezzo di informazione italiano ha riportato notizie su quanto avvenuto a Bengasi, come nessun mezzo di informazione dà più notizia degli sbarchi a Lampedusa o dei respingimenti collettivi verso la Libia praticati in acque internazionali da unità militari italiane. Una censura imposta ( quando non si tratti di autocensura) per coprire le violazioni dei doveri di protezione incombenti agli stati. E sempre più spesso tra i migranti riconsegnati dalle autorità italiane alla polizia libica si trovano somali, anche donne e minori non accompagnati che, in base alle Convenzioni internazionali, le autorità italiane avrebbero il dovere di accogliere. Quanto è successo a Bengasi lega direttamente Italia e Libia nelle responsabilità per gli abusi commessi ai danni di migranti dopo i recenti accordi di collaborazione. Dopo gli accordi con l’Italia risulta da fonti diverse che la situazione nelle carceri e nei centri di detenzione libici sta diventando giorno dopo giorno sempre più drammatica.

I migranti somali uccisi a Bengasi erano probabilmente detenuti da mesi ma potrebbero anche essere gli stessi somali consegnati in queste settimane dalle autorità italiane alle forze di polizia libiche impegnate nel pattugliamento congiunto nel canale di Sicilia. In ogni caso, come tutti i somali in fuga da un paese dilaniato dalla guerra civile e senza una autorità statale centrale, avrebbero comunque diritto al riconoscimento di una forma di protezione internazionale. Non si tratta certamente di “questioni interne” sulle quali la Libia è libera di decidere come crede. La Commissione Europea, così propensa ad avvalersi della Libia nelle pratiche di contrasto dell’immigrazione irregolare, dovrebbe nominare al più presto una Commissione di inchiesta al fine di verificare il rispetto dei diritti umani in quel paese, precondizione per la stipula di qualunque accordo tra l’Unione Europea ed i paesi terzi. Leggi il resto di questa voce

Turchia: Road map per il processo di pace fra Governo turco e Kurdi – ANSA

TURCHIA: PKK; INDISCREZIONI SU ‘ROAD MAP’ DI OCALAN, STAMPA (ANSA) – ANKARA, 17 AGO – Mentre in Turchia si attende la presentazione della ‘road map’ per la soluzione della questione curda da parte del leader del Partito dei lavoratori curdi (Pkk, separatista e fuorilegge), Abdullah Ocalan, le prime indiscrezioni riguardanti il piano cominciano a filtrare sulla stampa locale. Secondo il quotidiano Vatan, che cita fonti vicine al governo ed al Partito democratico della sinistra (Dsp, filo-curdo), la ‘road map’ che Ocalan sta preparando (e che doveva essere annunciata sabato scorso) comprenderebbe sei punti. Il leader curdo chiederebbe nel programma «il miglioramento delle proprie condizioni di prigionia nel carcere sull’isola di Imrali, una Costituzione democratica, il riconoscimento dei diritti politici della minoranza curda, una trattativa con il Pkk, l’abolizione dei guardiani di villaggio ed un’amnistia generale». Ocalan, secondo quanto riferito dai suoi legali, avrebbe inoltre chiesto «il riconoscimento dello Stato turco da parte dei curdi», aggiungendo che «lo Stato dovrebbe accettare il diritto della popolazione curda a divenire una nazione democratica». Quanto al piano del governo, l’esecutivo del premier Tayyip Erdogan – leader del partito di radici islamiche Akp (Giustizia e Sviluppo) – sta lavorando ad un programma di pacificazione di cui non sono ancora noti i dettagli, ma contro il quale si sono già espressi i principali partiti dell’opposizione. (ANSA)