Archivio mensile:ottobre 2011

C’ero anche io. Spunti.

Si, io c’ero sabato 15 Ottobre 2011. Ero, mio malgrado, dietro lo striscione che apriva il corteo. Il primo striscione. Ed ero insieme al mio amico e compagno Yvan Sagnet, portavoce degli scioperanti di Nardò, a “rappresentare” una lotta che, in qualche modo, anche se non ancora terminata, possiamo definire vincente. A mio avviso la lotta di Nardò è stata vincente perchè ha sfondato il muro dell’ipocrisia e del paternalismo nostrano ed ha prodotto, dentro un quadro molto difficile e ricco di insidie oltre che soggetto a “fuoco amico”, un elemento di avanzamento proprio perchè si fondava su elementi materiali. Non aspirava alla rottura dei rapporti attraverso il simbolico, ma cercava di incidere sul miglioramento delle condizioni materiali a partire dall’utilizzo di uno strumento tanto antico quanto efficace: lo sciopero. Cioè l’inceppamento del meccanismo del padrone, l’aspirazione, almeno parziale di mettere in crisi il suo profitto. Questo strumento, ancora efficace se surrogato o sussunto nella logica del simbolico, mette in discussione la sua rilevanza. Cosa c’entra lo sciopero con la manifestazione di Sabato? La risposta è semplice quanto banale. La manifestazione di sabato è una manifestazione tutta politica che parla di lotta alle politiche economiche messe in campo dalla BCE, su indicazione delle varie agenzie di rating e su consiglio del WTO e del FMI. Queste politiche vengono, di fatto, caricate sulle spalle delle classi meno abbienti e sulle nuove generazioni. Grazie alle ideologie neoliberiste, che hanno attraversato negli anni ottanta e novanta anche la grandissima parte di quello che oggi conosciamo come centro sinistra e si sono ormai talmente radicate da non essere più messe realmente in discussione, oggi ci troviamo a questo punto. In particolare per alcuni settori , partiti e movimenti la mutazione genetica è totale cioè ad un punto di non ritorno. Se il celeberrimo “ abbiamo una banca” di Fassino non ha nessuna rilevanza penale, non può dirsi ugualmente per la rilevanza politica e culturale. Tornando allo sciopero di Nardò l’unione fra la scelta del mezzo efficace, lo sciopero appunto, e la sua dimensione di lotta intelligente e non violenta le ha dato quella marcia in più per fare breccia nel senso comune e nelle dinamiche politiche. Quella scelta non è casuale e ha visto uno straordinario impegno nel praticarla.

Ciò che è sucesso a Roma parla invece di alcune debolezze e di grandissimi punti di forza. Le debolezze, come qualcuno ha voluto rilevare, attengono agli aspetti organizzativi – assenza di servizio d’ordine, basso numero di forze dell’ordine, troppa poca differenza nell’organizzazione fra partiti e sindacati e piccole realtà -, mentre la grande forza di questo movimento attiene alla sua dimensione e alla sua composizione sociale – precari, studenti e ceto popolare – , vera novità delle dinamiche politiche degli ultimi anni.

Da più parti, però, le debolezze vengono confuse o sovrapposte. La penetrazione profonda dell’ideologia liberista ha portato con se anche forme deleterie di destrutturazione della lotta politica. L’assunzione di forme di lotta più postmoderne come il flashmob o la formula delle campagne che durano al massimo qualche mese, hanno spostato l’attenzione molto più sull’estetica del conflitto e della battaglia politica che non sulla sua reale efficacia. Posizionarsi eccessivamente sull’elemento simbolico nella costruzione di una critica alle politiche reali prodotte dai governi liberisti e dalla BCE, significa non tenere conto delle vere dinamiche che possono produrre un sabotaggio del sistema che causa effetti sociali devastanti. Negli anni 80 i politologi parlavano di democrazia dei 2/3: cioè il sistema garantiva privilegi e riproduzione a 2/3 della società tenendo ai margini 1/3 di essa. Oggi questo schema, di impronta liberale, è saltato anch’esso nonostante fosse iniquo ed insufficiente. L’imbarbarimento si è allargato ed ha rovesciato la piramde: 1/3 , forse anche meno, sta bene, 2/3 vivono ai margini.

Basta leggere i recentissimi dati sulla povertà prodotti dalla Caritas e dalla fondazione Zancan per accorgersi che “Secondo il rapporto 2011 della Caritas (“Poveri di diritti”, Edizioni Il Mulino) sono 8,3 milioni i cittadini che vivono in povertà, pari al 13,8% della popolazione. Tra le fasce più colpite, le famiglie numerose, quelle con un solo genitore e i nuclei meridionali. Il dato che più colpisce, però, è un altro: in tempi di crisi economica la povertà sta cambiando volto, tanto che il 20% delle persone che si rivolgono ai Centri di ascolto in Italia ha meno di 35 anni”(http://www.controlacrisi.org/notizia/Economia/2011/10/17/16557-caritas-italiani-sempre-piu-poveri-in-aumento-i-giovani-che) .

In un quadro così fosco e duro negli ultimi anni le organizzazioni politiche non hanno prodotto alcun orizzonte credibile per la fuoriuscita da questa situazione. Oggi si punta il dito contro i black block o sedicenti tali che si ribellano, con l’uso della forza, al sistema.

Le forme del conflitto che si sono scontrate a Roma sono profondamente inadeguate: da un lato manifestanti che passeggiano, colorati quanto vogliamo ma sempre passeggianti, compreso il sottoscritto, dall’altro coloro che smontano bancomat e bruciano macchine, compresa la macchina (piccola) di un compagno, precario quanto loro e quanto me.

La discussione, però, non può attenere alla reciproca presa di distanza dalle differenti forme di lotta. E’ necessario dirsi che entrambe sono inefficaci al raggiungimento dell’obiettivo: i Governi non rispondono a queste sollecitazioni. Credo, invece, che la manifestazione di sabato sia nei suoi punti alti sia nei suoi punti di caduta parli a tutte le forze della sinistra , quelle politiche e quelle sociali e mostri in modo inequivoco la loro inadeguatezza. Questa manifestazione è uno spartiacque. Dire che i black block sono il nemico a me pare esagerato. Sono soggetti con i quali la sinistra deve prendere o riprendere un contatto e lo deve fare a partire dalla possibilità di dare delle risposte. Pena il rischio di nuove forme di autonomia del politico,con  tutto ciò che ne consegue. Anche se, per essere precisi, la dizione black block non è ne esaustiva ne chiara. Ci adattiamo  solo al linguaggio dei media di questi giorni.

In molti sostengono che gli avvenimenti di Roma produrranno una nuova stretta securitaria e repressiva. E’ utile dire, però, che questo fenomeno era già in atto, basterebbe guardare i fatti di Brindisi ( http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2011/3/18/11144-BRINDISI:Sit-in-vietato:-Comitato-Disoccupati-contro/ e http://www.brundisium.net/notizienew/shownotiziaonline.asp?id=39774 ), dove viene prima negato il diritto a manifestare e poi a seguito della manifestazione e a distanza di sei mesi vengono fatti gli arresti. Questa mi sembra repressione allo stato puro.

La sinistra sociale e quella politica devono rimescolarsi e contaminarsi. Il sociale si deve politicizzare ed il poltico si deve socializzare. Gli anni a venire saranno caratterizzati da un abbassamento del livello di guardia della sopravvivvenza economica delle classi meno abbienti ed è indispensabile che si trovino delle formule efficaci di lotta, ma anche di auto aiuto e di condivisione. Se oggi la parte più numerosa dei manifestanti è precaria o disoccupata questo non significa che non possano esservi delle forme di solidarietà e di condivisione da parte di chi statutariamente rappresenta i lavoratori. Il grande assente di quella manifestazione è il sindacato, o meglio CGIL, CISL e UIL, perchè quello di base e la fiom erano presenti.

Quei black … sono figli di questo politicismo. Saranno anche delle teste di rapa, ma oggi o ci si fanno i conti oppure domani saranno davvero la nostra spina nel fianco. Tutto l’odio e il paternalismo da chi ha costruito carriere a fare il finto disobbediente è urticante come i lacrimogeni di piazza san Giovanni e fastidioso come l’odore delle macchine che bruciavano in via Cavour. Anche noi abbiamo i nostri benpensanti che sopportiamo turandoci il naso. Però ora basta.

L’italia ha conosciuto le condizioni di lavoro dei braccianti di Nardò, ha rimosso le condizioni di lavoro delle donne morte a Barletta e, invece come ci fa notare wu ming1 ( http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241) non conosce affatto le condizioni di lavoro delle persone che lavorano nelle aziende del web come Amazon e Apple, del defunto Steve Jobs. La differenza tra queste tre tipologie di lavoro è davvero limitata: una è legata all’industria , una al settore primario e l’altra alla ICT. In ogni caso si tratta di condizioni di lavoro ai limiti della sopportabilità fisica e psicologica e che non rendono al lavoratore la possibilità di condurre uno standard di vita sufficientemente agiato.

Bene, la differenza fra il primo caso e gli altri due è lo sciopero; cioè la dimensione del conflitto che cerca di inserire il granello di sabbia nell’ingranaggio di un sistema economico che si basa sullo sfruttamento, ed insieme rende visibile i soggetti che lo agiscono.

Penso si possa dire che questo è il trend verso cui va il lavoro anche nei paesi occidentali ad economia avnazata. Vi è di fatto una cinesisazzione del lavoro. Personalmente non credo che si possa sostenere che le forme di lotta parcellizzate possano rispondere all’esigenza di un cambiamento di rotta per il miglioramento di tutto questo. Forse è utile trovare nella storia della sinistra gli strumenti necessari per ridare un senso al termine classe, che oggi più che mai è necessario ed indispensabile. Intanto la lotta di classe in occidente la fanno le banche e la finanza contro i lavoratori ed i disoccupati. C’è qualcosa che non va.

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