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C’ero anche io. Spunti.

Si, io c’ero sabato 15 Ottobre 2011. Ero, mio malgrado, dietro lo striscione che apriva il corteo. Il primo striscione. Ed ero insieme al mio amico e compagno Yvan Sagnet, portavoce degli scioperanti di Nardò, a “rappresentare” una lotta che, in qualche modo, anche se non ancora terminata, possiamo definire vincente. A mio avviso la lotta di Nardò è stata vincente perchè ha sfondato il muro dell’ipocrisia e del paternalismo nostrano ed ha prodotto, dentro un quadro molto difficile e ricco di insidie oltre che soggetto a “fuoco amico”, un elemento di avanzamento proprio perchè si fondava su elementi materiali. Non aspirava alla rottura dei rapporti attraverso il simbolico, ma cercava di incidere sul miglioramento delle condizioni materiali a partire dall’utilizzo di uno strumento tanto antico quanto efficace: lo sciopero. Cioè l’inceppamento del meccanismo del padrone, l’aspirazione, almeno parziale di mettere in crisi il suo profitto. Questo strumento, ancora efficace se surrogato o sussunto nella logica del simbolico, mette in discussione la sua rilevanza. Cosa c’entra lo sciopero con la manifestazione di Sabato? La risposta è semplice quanto banale. La manifestazione di sabato è una manifestazione tutta politica che parla di lotta alle politiche economiche messe in campo dalla BCE, su indicazione delle varie agenzie di rating e su consiglio del WTO e del FMI. Queste politiche vengono, di fatto, caricate sulle spalle delle classi meno abbienti e sulle nuove generazioni. Grazie alle ideologie neoliberiste, che hanno attraversato negli anni ottanta e novanta anche la grandissima parte di quello che oggi conosciamo come centro sinistra e si sono ormai talmente radicate da non essere più messe realmente in discussione, oggi ci troviamo a questo punto. In particolare per alcuni settori , partiti e movimenti la mutazione genetica è totale cioè ad un punto di non ritorno. Se il celeberrimo “ abbiamo una banca” di Fassino non ha nessuna rilevanza penale, non può dirsi ugualmente per la rilevanza politica e culturale. Tornando allo sciopero di Nardò l’unione fra la scelta del mezzo efficace, lo sciopero appunto, e la sua dimensione di lotta intelligente e non violenta le ha dato quella marcia in più per fare breccia nel senso comune e nelle dinamiche politiche. Quella scelta non è casuale e ha visto uno straordinario impegno nel praticarla.

Ciò che è sucesso a Roma parla invece di alcune debolezze e di grandissimi punti di forza. Le debolezze, come qualcuno ha voluto rilevare, attengono agli aspetti organizzativi – assenza di servizio d’ordine, basso numero di forze dell’ordine, troppa poca differenza nell’organizzazione fra partiti e sindacati e piccole realtà -, mentre la grande forza di questo movimento attiene alla sua dimensione e alla sua composizione sociale – precari, studenti e ceto popolare – , vera novità delle dinamiche politiche degli ultimi anni.

Da più parti, però, le debolezze vengono confuse o sovrapposte. La penetrazione profonda dell’ideologia liberista ha portato con se anche forme deleterie di destrutturazione della lotta politica. L’assunzione di forme di lotta più postmoderne come il flashmob o la formula delle campagne che durano al massimo qualche mese, hanno spostato l’attenzione molto più sull’estetica del conflitto e della battaglia politica che non sulla sua reale efficacia. Posizionarsi eccessivamente sull’elemento simbolico nella costruzione di una critica alle politiche reali prodotte dai governi liberisti e dalla BCE, significa non tenere conto delle vere dinamiche che possono produrre un sabotaggio del sistema che causa effetti sociali devastanti. Negli anni 80 i politologi parlavano di democrazia dei 2/3: cioè il sistema garantiva privilegi e riproduzione a 2/3 della società tenendo ai margini 1/3 di essa. Oggi questo schema, di impronta liberale, è saltato anch’esso nonostante fosse iniquo ed insufficiente. L’imbarbarimento si è allargato ed ha rovesciato la piramde: 1/3 , forse anche meno, sta bene, 2/3 vivono ai margini.

Basta leggere i recentissimi dati sulla povertà prodotti dalla Caritas e dalla fondazione Zancan per accorgersi che “Secondo il rapporto 2011 della Caritas (“Poveri di diritti”, Edizioni Il Mulino) sono 8,3 milioni i cittadini che vivono in povertà, pari al 13,8% della popolazione. Tra le fasce più colpite, le famiglie numerose, quelle con un solo genitore e i nuclei meridionali. Il dato che più colpisce, però, è un altro: in tempi di crisi economica la povertà sta cambiando volto, tanto che il 20% delle persone che si rivolgono ai Centri di ascolto in Italia ha meno di 35 anni”(http://www.controlacrisi.org/notizia/Economia/2011/10/17/16557-caritas-italiani-sempre-piu-poveri-in-aumento-i-giovani-che) .

In un quadro così fosco e duro negli ultimi anni le organizzazioni politiche non hanno prodotto alcun orizzonte credibile per la fuoriuscita da questa situazione. Oggi si punta il dito contro i black block o sedicenti tali che si ribellano, con l’uso della forza, al sistema.

Le forme del conflitto che si sono scontrate a Roma sono profondamente inadeguate: da un lato manifestanti che passeggiano, colorati quanto vogliamo ma sempre passeggianti, compreso il sottoscritto, dall’altro coloro che smontano bancomat e bruciano macchine, compresa la macchina (piccola) di un compagno, precario quanto loro e quanto me.

La discussione, però, non può attenere alla reciproca presa di distanza dalle differenti forme di lotta. E’ necessario dirsi che entrambe sono inefficaci al raggiungimento dell’obiettivo: i Governi non rispondono a queste sollecitazioni. Credo, invece, che la manifestazione di sabato sia nei suoi punti alti sia nei suoi punti di caduta parli a tutte le forze della sinistra , quelle politiche e quelle sociali e mostri in modo inequivoco la loro inadeguatezza. Questa manifestazione è uno spartiacque. Dire che i black block sono il nemico a me pare esagerato. Sono soggetti con i quali la sinistra deve prendere o riprendere un contatto e lo deve fare a partire dalla possibilità di dare delle risposte. Pena il rischio di nuove forme di autonomia del politico,con  tutto ciò che ne consegue. Anche se, per essere precisi, la dizione black block non è ne esaustiva ne chiara. Ci adattiamo  solo al linguaggio dei media di questi giorni.

In molti sostengono che gli avvenimenti di Roma produrranno una nuova stretta securitaria e repressiva. E’ utile dire, però, che questo fenomeno era già in atto, basterebbe guardare i fatti di Brindisi ( http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2011/3/18/11144-BRINDISI:Sit-in-vietato:-Comitato-Disoccupati-contro/ e http://www.brundisium.net/notizienew/shownotiziaonline.asp?id=39774 ), dove viene prima negato il diritto a manifestare e poi a seguito della manifestazione e a distanza di sei mesi vengono fatti gli arresti. Questa mi sembra repressione allo stato puro.

La sinistra sociale e quella politica devono rimescolarsi e contaminarsi. Il sociale si deve politicizzare ed il poltico si deve socializzare. Gli anni a venire saranno caratterizzati da un abbassamento del livello di guardia della sopravvivvenza economica delle classi meno abbienti ed è indispensabile che si trovino delle formule efficaci di lotta, ma anche di auto aiuto e di condivisione. Se oggi la parte più numerosa dei manifestanti è precaria o disoccupata questo non significa che non possano esservi delle forme di solidarietà e di condivisione da parte di chi statutariamente rappresenta i lavoratori. Il grande assente di quella manifestazione è il sindacato, o meglio CGIL, CISL e UIL, perchè quello di base e la fiom erano presenti.

Quei black … sono figli di questo politicismo. Saranno anche delle teste di rapa, ma oggi o ci si fanno i conti oppure domani saranno davvero la nostra spina nel fianco. Tutto l’odio e il paternalismo da chi ha costruito carriere a fare il finto disobbediente è urticante come i lacrimogeni di piazza san Giovanni e fastidioso come l’odore delle macchine che bruciavano in via Cavour. Anche noi abbiamo i nostri benpensanti che sopportiamo turandoci il naso. Però ora basta.

L’italia ha conosciuto le condizioni di lavoro dei braccianti di Nardò, ha rimosso le condizioni di lavoro delle donne morte a Barletta e, invece come ci fa notare wu ming1 ( http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5241) non conosce affatto le condizioni di lavoro delle persone che lavorano nelle aziende del web come Amazon e Apple, del defunto Steve Jobs. La differenza tra queste tre tipologie di lavoro è davvero limitata: una è legata all’industria , una al settore primario e l’altra alla ICT. In ogni caso si tratta di condizioni di lavoro ai limiti della sopportabilità fisica e psicologica e che non rendono al lavoratore la possibilità di condurre uno standard di vita sufficientemente agiato.

Bene, la differenza fra il primo caso e gli altri due è lo sciopero; cioè la dimensione del conflitto che cerca di inserire il granello di sabbia nell’ingranaggio di un sistema economico che si basa sullo sfruttamento, ed insieme rende visibile i soggetti che lo agiscono.

Penso si possa dire che questo è il trend verso cui va il lavoro anche nei paesi occidentali ad economia avnazata. Vi è di fatto una cinesisazzione del lavoro. Personalmente non credo che si possa sostenere che le forme di lotta parcellizzate possano rispondere all’esigenza di un cambiamento di rotta per il miglioramento di tutto questo. Forse è utile trovare nella storia della sinistra gli strumenti necessari per ridare un senso al termine classe, che oggi più che mai è necessario ed indispensabile. Intanto la lotta di classe in occidente la fanno le banche e la finanza contro i lavoratori ed i disoccupati. C’è qualcosa che non va.

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Comunicato stampa dell ‘ ASGI – condividiamo

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Oggetto: appello sulle gravissime conseguenze dell’approvazione del combinato disposto degli artt. 45 co.1 lettera f e 21 del ddl A.C. 2180, in particolare sui minori

In seguito alla discussione e all’ approvazione in Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati dell’art. 45, comma 1, lett. f) del disegno di legge A.C. 2180 che introduce l’obbligo per il cittadino straniero di esibire il permesso di soggiorno in sede di richiesta di provvedimenti inerenti agli atti di stato civile o all’accesso a pubblici servizi, si intendono precisare i seguenti punti:

1) Riguardo agli atti di stato civile e in particolare alla dichiarazione di nascita e al riconoscimento del figlio il sottosegretario Mantovano ha affermato in Commissione Affari Costituzionali che l’art. 45, comma 1, lett. f) non impedirebbe la dichiarazione di nascita e il riconoscimento del figlio, in quanto: a) la donna in stato di gravidanza e nei sei mesi successivi al parto e il marito con essa convivente possono ottenere un permesso di soggiorno per cure mediche b) sarebbe preclusa all’immigrato irregolare soltanto la possibilità di chiedere provvedimenti in suo favore, mentre la dichiarazione di nascita costituisce un atto nell’interesse del bambino.

Con riferimento alla prima argomentazione, si segnala come la soluzione prospettata riguardi solo alcuni casi, escludendo invece le seguenti situazioni, che rappresentano probabilmente la maggioranza:

– gli stranieri che non siano in possesso di passaporto o documento equipollente, posto che l’art. 9 del DPR 394/1999 richiede l’esibizione di tali documenti ai fini del rilascio del permesso di soggiorno in oggetto;

– il padre naturale, in quanto la sentenza della Corte Costituzionale n. 376/2000 ha esteso la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno esclusivamente al marito regolarmente sposato.

Con riferimento alla seconda argomentazione, si ritiene che il fatto che la dichiarazione di nascita costituisca un atto nell’interesse del bambino non sia assolutamente sufficiente a eliminare ogni dubbio interpretativo escludendo l’applicazione della disposizione in oggetto.

Riguardo all’accesso a pubblici servizi e in particolare alla scuola si richiama l’attenzione sul fatto che benché i minori stranieri siano soggetti all’obbligo scolastico e abbiano il diritto all’istruzione a prescindere dalla regolarità del soggiorno (art. 38 D. Lgs. 286/1998 e art. 45 DPR 394/1999), vi è il serio rischio che ai genitori di minori stranieri sia chiesto l’esibizione del proprio permesso di soggiorno al momento dell’iscrizione a scuola del minore, in quanto “provvedimento inerente l’accesso a pubblici servizi”. Tale interpretazione sarebbe naturalmente in assoluto contrasto con il diritto all’istruzione riconosciuto dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e l’adolescenza e dalla normativa italiana.

Parimenti si ritiene sussista il concreto ed ancor più grave rischio che ai Dirigenti scolastici possa essere richiesto di denunciare i genitori degli alunni stranieri che non siano in regola con il permesso di soggiorno a seguito dell’introduzione della nuova fattispecie penale di ingresso e soggiorno irregolare di ogni straniero, senza distinzione, che si propone di introdurre con l’art. 21 disegno di legge A.C. 2180. Si determinerebbe così una gravissima situazione nella quale un numero imprecisabile di minori stranieri non accederebbero più alle istituzioni scolastiche per timore di essere denunciati direttamente (loro ed i rispettivi genitori) da quelle stesse istituzioni pubbliche chiamate a tutelare in primis i diritti fondamentali dell’infanzia. Tale prospettiva non può che destare massimo allarme in tutta la comunità democratica.

L’ASGI chiede a tutte le associazioni, enti di tutela, sindacati e agli esponenti del mondo della cultura, della scienza, della società civile di condividere i contenuti del presente appello e di operare in ogni sede che si ritenga opportuna al fine di stralciare dal disegno di legge A.C. 2180 gli artt. 45, comma 1, lett. f) e 21;

L’ASGI fa appello a tutti i deputati affinché chiedano lo stralcio dal disegno di legge A.C. 2180 degli artt. 45, comma 1, lett. f) e 21, ovvero esprimano voto negativo su tali articoli, se posti in votazione.

Camere Penali su sicurezza: Norme dannose e incostituzionali

da www.adnkronos.com

Roma, 22 apr. (Adnkronos) – Le norme contenute nel decreto sicurezza ”sono per la maggior parte inutili, dannose ed a rischio di incostituzionalita”’, E’ quanto afferma il segretario nazionale dell’Unione delle Camere Penali (Ucpi) Lodovica Giorgi che, commentando il via libera definitivo del provvedimento evidenzia come ”il patto fra maggioranza e opposizione che ha condotto alla conversione in legge del decreto sicurezza sacrifica sull’altare della propaganda i piu’ fondamentali diritti della persona e lo stesso sistema di valori costituzionali che regola il nostro ordinamento”.

I suicidi in carcere e l’etica della responsabilità

sbarreSandro MARGARA

da fuoriluogo Aprile 2009

La metto così: il carcere è, e in sostanza è sempre stato, una questione totale: cioè, una questione in ogni suo aspetto, un continuum di criticità, che si tengono tutte fra loro. La questione dei suicidi in carcere, a mio avviso, va letta così. Nel contesto del carcere, per dire una cosa ovvia, tutto quello che dovrebbe rilevare sul nostro tema è la sua vivibilità o la sua invivibilità. Il discorso potrebbe allora svilupparsi nella ricostruzione di tutti i fattori e dinamiche di invivibilità, non pochi e non leggeri. Poi, bisognerebbe attuare una strategia dell’attenzione nei confronti di coloro che soffrono in modo speciale la invivibilità.
Ma c’è, indubbiamente, a monte di questi aspetti, un primo punto che non può essere ignorato: ed è quella che potrebbe essere chiamato la «vivibilità dell’arresto», che ha un proprio rilievo, provato dal dato statistico (ricavato dal libro di Baccaro e Morelli: «Il carcere: del suicidio e di altre fughe», letto in bozza) che il 28% dei suicidi in carcere si verificano entro i primi dieci giorni e il 34% entro il primo mese. Sotto questo profilo del «tintinnio delle manette», il carcere fa solo da cornice al precipitare di vicende individuali, rispetto alle quali un sistema di attenzione degli operatori non è facile, specie in presenza di certe strategie processuali. Naturalmente, c’è chi dirà: «Non vorrai mica che il carcere non faccia paura?».
Ma veniamo ai fattori di invivibilità del carcere, subìti e sofferti da tutti e da alcuni fino a rinunciare alla vita. Il primo è quello legato al sovraffollamento, che ha due aspetti a cominciare dal fatto di vivere a ridosso immediato di altre vite, il levarsi reciprocamente l’aria, il che non è affatto poco (gli esperimenti per le scimmie dicono che diventano nervose: e gli uomini?). Ma poi, in una struttura sovraffollata, inevitabilmente le disfunzioni sono infinite. Si lotta per sopravvivere a livelli minimi.
Il Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio di Europa (Cpt), ha considerato la situazione di sovraffollamento in carcere, come «trattamento inumano e degradante». Tanto maggiore sarà la invivibilità quanto più si accompagnerà alle lunghe permanenze in cella, a fare della cella il luogo di una vita invivibile. E la normalità, in situazioni del genere, è che dalla cella si esce solo per brevi periodi «d’aria», ma non per lavorare o per altre attività né, per molti dei detenuti (stranieri, persone sbandate per le ragioni più varie, etc.), per avere colloqui con i familiari. E’ possibile costruire prospettive di uscita da queste situazioni? Lo impediscono: la povertà delle risorse organizzative del carcere su questo versante, le risposte sempre più difficili e spesso negative della magistratura, lo stesso ridursi delle possibilità o la mancanza di queste per la fascia sempre più numerosa degli stranieri, che attendono solo l’espulsione (nei grandi carceri metropolitani sono ormai ben oltre il 50%, ma anche la media nazionale si avvicina al 40%). C’era una volta un Ordinamento penitenziario che dava delle speranze di permessi di uscita, di misure alternative, ma anche questi spazi si sono sempre più ristretti – per leggi forcaiole e per magistrati condizionati dal clima sociale che le produce – e le speranze si sono trasformate in delusioni.
D’altronde, il suicidio non è l’unico prodotto della invivibilità delle carceri: lo sono anche i tentati suicidi, come pure, spesso difficili da distinguere dai primi, i gesti autolesionistici. Tutto insieme, si arriva vicini all’inferno. C’è, comunque, una campagna della amministrazione penitenziaria per individuare e agire a sostegno dei soggetti più a rischio. Ma non si può sperare che questo serva quando gli sforzi necessari sono limitati da poche risorse, destinati a durare per poco tempo, come accaduto in passato, affidati ad un sistema di sorveglianza psicologica e psichiatrica mai costruito adeguatamente: il tutto sempre dentro quelle condizioni di invivibilità che si mantengono e si concorre anzi ad aggravare, come dimostra l’accelerazione delle dinamiche di sovraffollamento. Tento una conclusione. Sentire, tutti, la responsabilità di questi morti e del carcere che li produce è una scelta etica desueta.

A proposito di CIE ( ex CPT). Morto un uomo in quello di Ponte Galeria

Salah, morto nel lager

Stefano Galieni – da Liberazione
E’ stato trovato morto ieri mattina, dai suoi compagni di camerata nel Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, alle porte di Roma, in una delle tante gabbie in cui sono costretti uomini e donne colpevoli solo di non avere un permesso di soggiorno in tasca. Si chiamava Soudami Salah, era algerino e aveva 42 anni, da due giorni era stato trasferito, per ragioni ancora da appurare dal Cie di Modena a quello di Roma, insieme alla sua cartella clinica. A detta del direttore del centro era in cura, seguiva una terapia con psicofarmaci, ed è questo l’unico elemento in cui le versione fornite dagli amici di Soudami e la direzione del centro, coincidono. Secondo i testimoni, tutti trattenuti, che hanno denunciato l’accaduto, la notte precedente aveva lamentato un malore, con forti dolori allo stomaco. Portato in infermeria era stato immediatamente invitato a tornare in stanza, pare che gli sia stato detto: «Non hai niente. Fingi perché vorresti scappare. Vatti a far curare nel tuo paese». Sempre secondo il racconto di alcuni “ospiti” del centro, che hanno raggiunto telefonicamente alcune emittenti radiofoniche, la Regione, per prima, l’agenzia peacereporter , Soudami era tornato in stanza dopo essere stato malmenato dagli agenti di polizia. Ieri mattina l’epilogo: «Quando ci siamo svegliati era immobile, aveva il volto gonfio e i piedi di colore bluastro – racconta un altro trattenuto – abbiamo chiamato la croce rossa e quelli che sono venuti continuavano a dire che fingeva. C’è stato anche chi ha toccato il corpo con un piede per farlo svegliare, ma era ormai morto».
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L’insicurezza è la normalità – Giorgio Galli

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da Il manifesto 28/02/2009
Vi è un pacchetto sulla sicurezza già all’esame del parlamento, uno dei cui rami l’ha già approvato. È quello che induce i medici a denunciare i clandestini. Poi c’è un super pacchetto sulla super sicurezza, varato dal governo per introdurre le cosiddette ronde, che in parlamento erano state escluse dalla legge in esame. È una sovrapposizione abbastanza strana. Ma ancora più strana è la motivazione.
In un primo tempo il governo ha detto che il decreto era necessario perché tre stupri in contemporanea a metà febbraio, a Roma, Bologna e Milano, evidenziavano un’emergenza stupri, una delle tante emergenze che travagliano l’Italia.
Poi il premier ha chiarito che nell’ultimo anno gli stupri sono diminuiti. Se gli stupri calano, è evidente che l’emergenza non c’è. Allora perché occorre un decreto? Lo ha chiarito lo stesso premier: perché occorre far fronte al «clamore» suscitato nell’opinione pubblica dai tre episodi di metà febbraio. Vi è, dunque, un’emergenza «clamore». Leggi il resto di questa voce

Stato di Polizia

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La stampa nazionale non ha più freni: si susseguono le notizie di violenze ad opera di nomadi, rumeni e stranieri in genere, il tutto condito da una spruzzatina di fascismo in fieri. Il pacchetto sicurezza approvato e le norme ancora in discussione prefigurano una sorta di stato di Polizia. Se si aggiungono le mai dismesse leggi “speciali” in vigore dai tempi della stupida lotta armata, il quadro legislativo che ne emerge è raccapriciante. Non è un caso che il Presidente della provincia di Milano ( PD) Penati “esorta ” la sinistra radicale ad approvare le ronde. I medici sono costretti a disconoscere il giuramento d’Ippocrate e a denunciare gli irregolari che usano il SSN e la stampa da risalto solo ad una parte del problema. Si arriva ad una legislazione d’emergenza per tutti dopo anni di legislazione speciale per i soli migranti. Nel pacchetto sicurezza , che ridà nuova linfa ai sindaci sceriffi, oltre che ai Questori e ai Prefetti, si prevede tra l’altro la “ridefinizione” degli spazi dove sono consentite le manifestazioni di protesta e si inibisce, dando poteri a Sindaci, Prefetti e Questori, la presenza di luoghi frequentati da molte persone. In pratica sarà più difficile fare un volantinaggio davanti ad un teatro o ad un centro commerciale. A completare il quadro, è bene ricordarlo, ci sono le misure di nuovo conio, come le ordinanze sindacali contro i lavavetri e contro l’accattonaggio che prolificano, anche nei comuni a gestione PD, e le vecchie già consacrate leggi come la bossi-fini e la fini-giovanardi sulle droghe che criminalizzano i giovani che si fanno una canna. Se questo non è stato di Polizia cos’è? Le statistiche ufficiali ci dicono, di contro, che i reati gravi sono diminuiti e che le violenze, in specie sulle donne , avvengono soprattutto in famiglia. In tutto questo il disegno politico che emerge è il tentativo di creare il capro espiatorio per una perversa lettura della crisi economica che ci attraversa. Le ronde sono l’ultimo capitolo di una narrazione non ancora terminata su chi è responsabile del malessere sociale che stiamo vivendo. Lampedusa brucia e i migranti arrivano come prima, rafforzando le fila del lavoro nero perchè non hanno possibilità di regolarizzazione; nessuno si accorge che sarebbero necessari una sanatoria dei migranti irregolari e una nuova legislazione sui migranti. La lega, nonostante i proclami è riuscita solo a peggiorare la situazione anche sul piano che essa persegue: gli arrivi sono aumentati, l’accoglienza non esiste e anche il Sindaco di lampedusa definisce il CIE un lager. In questa situazione il PD non dice nulla e cincischia solo sui propri problemi interni, come al solito oltre alla sinistra solo l’Europa si fa sentire, lo fa contro la norma sui medici spie, mentre anche Fava ( SD) non sa fare di meglio che proporre provvedimenti che puniscono con l’espulsione i migranti che lavorano in nero. L’Unità della Sinistra? A PARTIRE DAI CONTENUTI GRAZIE.

GIANLUCA

Il “crime deal” italiano

foto-9-salvatore-palidda Dal sito Osservatorio sulla repressione http://www.osservatoriorepressione.org

di Salvatore Palidda

All’inizio di dicembre 2008 il totale dei detenuti in Italia è quasi lo stesso di prima dell’indulto, cioè circa 59 mila, con una percentuale sempre in crescita degli stranieri soprattutto al nord mentre al sud prevale la criminalizzazione dei locali spesso considerati come affiliati alle mafie anche quando si tratta di semplici piccoli delinquenti, di manifestanti contro le discariche di rifiuti tossici o degli ultrà napoletani dell’accusa-bufala di assaltatori di treni e stazioni. I forcaioli dicono che l’indulto è stato una catastrofe perché la maggioranza dei beneficiari è stata re-incarcerata, ma nessuno dice che questo è il risultato prevedibilissimo dell’assenza quasi totale di assistenza a chi esce dal carcere che però è sempre preda facile per quegli agenti di polizia a caccia dei soliti noti per mostrare quanto sono produttivi. Leggi il resto di questa voce

Presidio per Eluana: Polizia e Carabinieri identificano i manifestanti

Nel pomeriggio di oggi, alcuni manifestanti , circa 15 persone fra cui il sottoscritto, si sono ritrovate sotto la prefettura di Lecce per esprimere il proprio dissenso sulla vicenda di Eluana Englaro. Dopo circa mezz’ora è arrivata una pattuglia di Polizia e immediatamente dopo una pattuglia dei Carabinieri. Hanno richiesto i documenti a tutti i presenti, alcuni dei quali avevano poggiato dei manifesti artigianali autoprodotti su un muro adiacente il portone della Prefettura. La manifestazione, del tutto spontanea e senza preavviso, ha visto presenti alcune persone del PRC, dei Comunisti Italiani, di associazioni di Donne e dell’ARCI. Il comportamento delle forze dell’ordine è stato morbido , tuttavia la necessità di identificazione collettiva indica lo stato di interesse e il tentativo di repressione di tutte le voci di dissenso.

Manni/Nigno (PRC): La Provincia discute ancora sui finanziamenti a don Cesare

da www.ilpaesenuovo.it

Salento – L’Amministrazione provinciale di Lecce ancora una volta sceglie la via della partecipazione alle opere benefiche di don Cesare Lodeserto, noto a livello nazionale per le sue vicissitudini giudiziarie (da molte delle quali, per la verità, alla maniera di Berlusconi va uscendo indenne).

(Piero Manni, Consigliere Regionale PRC – Gianluca NIGRO, Dipartimento Immigrazione PRC nazionale) – I 35.000 euro di questa seconda elargizione vengono fuori dalle risorse dell’Assessorato Politiche giovanili, della pace e dell’immigrazione, affidato a Luigi Calò, di Rifondazione Comunista: quello stesso Luigi Calò, se non ricordiamo male, combattivo e in prima fila nella contestazione del lager Regina Pacis gestito (secondo le imputazioni, con metodi nazisti, ed inoltre con una trasparenza amministrativa non universalmente riconosciuta) proprio dal beneficiario dei finanziamenti della Provincia, don Cesare Lodeserto.

Immaginiamo che anche il consigliere provinciale di Rifondazione, Donato Margarito, sia a conoscenza dell’operato dell’assessore: non sembra opportuno, ad ambedue, chiarire agli elettori di Rifondazione i propri comportamenti politici? O, ancor più correttamente, dimettersi senza rinvii ed infingimenti dal PRC dal quale hanno già preso le distanze aderendo ad un’altra formazione politica, sgomberando il campo da forme di inquinamento del buon nome dello stesso PRC, il quale da anni persegue, sul piano dei diritti dei migranti, una politica incompatibile con finanziamenti di tale tenore a soggetti privati?